mercoledì 4 gennaio 2017

Editoriale n. 10




«...con le armi della poesia...»



Ma c'è nell'esistenza
qualcos'altro che amore
per il proprio destino.

È un calcolo senza
miracolo che accora
o sospetto che incrina.

La nostra storia! morsa
di puro amore, forza
razionale e divina.


Prendo come spunto queste parole della sezione "La scoperta di Marx" de L'usignolo della Chiesa Cattolica (Einaudi, 1976) per introdurre questo "speciale" su Pasolini.
Da tempo stavamo pensando ad un numero dedicato a Pier Paolo Pasolini, una delle figure più importanti della storia (non solo letteraria) del nostro Paese. Ci stavamo pensando anche in relazione alla manifestazione svoltasi a Napoli tra ottobre e novembre scorso, manifestazione fortemente voluta dal Teatro Nuovo e da Laura Betti che da anni porta avanti, con l'Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini", in Italia e all'estero, un percorso per mantenere viva 1'opera e la figura dell'intellettuale di Casarsa. Memoria tanto più opportuna in questi nostri anni che tendono alla dimenticanza, alla facile inglobazione, all'utilizzo distorto di parole e immagini. Anni in cui la damnatio memoriae è arrivata fino al punto di negare l' Olocausto...
Durante la manifestazione su Pasolini abbiamo potuto assistere ad incontri di altissimo livello con studiosi, poeti, amici. In particolare sono stati per me stimolanti gli incontri con Guido Calvi (avvocato di parte civile nel processo per l'assassinio di Pasolini) e con il filosofo Aldo Masullo
Quello di Pasolini è stato un delitto politico, ha detto Calvi ricordando il clima di tensione di quegli anni, un delitto non di una sola persona, ma di un gruppo di persone che hanno deciso (a sangue freddo) l'uccisione del poeta. E la responsabilità di terzi emerse anche nel processo. Il delitto di Pasolini è stato un delitto politico, effettuato nei riguardi di un uomo che dava troppo fastidio al Palazzo.
Di quel delitto oggi quanti ricordano? È come se fosse passata un'onda perversa che ha cancellato tutto, anche dalla memoria. Non abbiamo più ricordo di quello che avvenne allora, di quegli anni drammatici tra il '74 ed il '75. Tutto è stato cancellato. Hegel dice che bisogna dimenticare per vivere, ma è invece necessaria, secondo me, una `resistenza della memoria', perché oggi più che mai assistiamo a tentativi di manipolazione delle coscienze attraverso i media che cercano di creare realtà inesistenti e inventarsi un passato, e ci appiattiscono sul presente.
Il richiamo a questa memoria storica, il recupero delle ‘verità' (da proteggere, come dice Fortini), è proprio anche di Pasolini che ci invita a difendere il passato (tutto, intatto), anche quello rappresentato da una piccola stradina di campagna, appena fuori dalla porta antica di Orte. Perché quella stradina, anche se insignificante, noi dobbiamo preservarla fino all'ultimo. Dobbiamo custodire tutto. Dobbiamo difendere tutti i sogni del passato, comunque. Il mondo tutt'intero è una creatura che dobbiamo proteggere e conservare. Tutta. Intatta (è ancora Pasolini che lo dice in un programma televisivo, Pier Paolo Pasolini: una disperata vitalità di Simona Gusberti e di Antonio Debenedetti con la regia di Paolo Brunatto, in onda il 23 e il 28 gennaio 1986 su RAITRE).
Oggi è più che mai necessario questo imperativo, perché la cancellazione della memoria non significa solo disprezzo e manipolazione della verità, ma una imposizione dell'oblio grave sia per le generazioni contemporanee che per quelle future.
Il poeta, in tutto questo, è coscienza critica, è colui che non fa dimenticare, è colui che sprona a non arrendersi e che tiene sveglie le coscienze. A volte le parole sono inadeguate rispetto all'azione, ma compito del poeta è quello di andare avanti mostrando le cose come sono (non mascherandole a vantaggio dell'ideologia dominante). È ciò che ha fatto Pasolini, richiamando sempre le coscienze a riflettere, anche quando ciò che diceva poteva far male (a lui stesso innanzitutto).
Nella polemica sul Pasolini poeta civile 1'intervento di Aldo Masullo ha portato un po' di chiarezza: Pasolini non è un poeta civile, perché il poeta civile si batte all'interno delle istituzioni, mentre egli se ne batte al di fuori, è cioè un poeta di opposizione. Opposizione al Palazzo, a certo tipo di cultura, al potere dei `fascismi' vecchi e nuovi, ai media che «hanno creato il bisogno particolarmente deleterio di un'informazione che ridondi nel senso della propaganda e della pubblicità» (Pier Paolo Pasolini, Il sogno del centauro, Editori Riuniti, pag.155).
Osservando i nostri anni e tutto quello che è accaduto non possiamo che dargli pienamente ragione: non perché Pasolini sia stato un Vate che ha previsto il futuro, ma solo perché sapeva guardare le cose più in profondità, aveva un occhio più attento (non superficiale) ai cambiamenti e a quello che avveniva intorno. Aveva un atteggiamento di stupore e di sorpresa rispetto alla realtà, non la trovava mai banale.
Di quel processo al Palazzo da lui invocato abbiamo visto la realizzazione in questi ultimi anni, a quelle sue parole («Io so. lo so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe"») abbiamo assentito con rabbia per tutto questo tempo passato nell'oblio.
Nella manifestazione napoletana tutto questo è emerso molto bene, nei dibattiti presso l'Istituto italiano di Studi Filosofici in cui sono intervenuti Goffredo Fofi, Walter Siti, Marco Müller, Giancarlo Ferretti, Jacqueline Risset, Giovanni Raboni (di cui pubblichiamo un'intervista fatta in quella occasione e sulla cui poesia, che ci sembra una delle più interessanti e genuine del Novecento, torneremo in un numero successivo), Gianni D'Elia (il cui intervento pubblichiamo all'interno, e che ringraziamo per l'affetto che ci dimostra) e Francesca Sanvitale; negli incontri all'Istituto Universitario Orientale con Giacomo Marramao, Guido Calvi, Aldo Masullo, Carla Pasquinelli, Vittorio Russo, negli incontri con Erri De Luca e Mario Martone, negli spettacoli teatrali al Teatro Mercadante e al Teatro Nuovo (formidabile Il Pratone del Casilino tratto da Petrolio con Antonio Piovanelli, per la regia di Giuseppe Bertolucci), nella retrospettiva cinematografica che ha dato modo di vedere nella sua completezza l'opera filmica di Pasolini, e anche nel seminario organizzato a Salerno dal prof. UmbertoTodini sul Pasolini antichista.
Analizzata in tutti i suoi aspetti l'opera di Pasolini è ancora piena di insegnamenti, di luci accecanti, di feroci verità. Pasolini ci insegna, tra le altre cose, ad osservare la vita, quello che ci circonda, perché è da lì che traiamo i nostri insegnamenti più profondi, da quello con cui siamo a contatto ogni giorno:

«L'educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica [...] rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito. La condizione sociale si riconosce nella carne di un individuo [...]. Perché egli è stato fisicamente plasmato dall'educazione appunto fisica della materia di cui è fatto il suo mondo».

A chiusura di questo editoriale mi volgo col pensiero ad una cara amica scomparsa a cui abbiamo voluto rendere omaggio dedicandole una poesia di Giorgio Caproni e, idealmente, il nostro lavoro sulla poesia.

Luca Rando

lunedì 31 ottobre 2016

Copertina n. 9







Qui, è il luogo chiaro. Non è più l' alba.
È già la giornata dei desideri esprimibili.
Dei miraggi di un canto nel tuo sogno non resta
Che questo scintillio di pietre future.

Qui, e fino a sera. La rosa di ombre
Si girerà sopra i muri. La rosa di ore
Sfiorirà senza rumore. Le chiare lastre di pietra
Condurranno a lor grado questi passi invaghiti del giorno.

Y. Bonnefoy


Il numero 9 della rivista presentava in copertina un brano tratto da una poesia di Yves Bonnefoy.

Questo è il sommario del numero:





Sommario

Editoriale 


Fortini: il congedo dell'ospite ingrato



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi

Loi e gli angeli di Cosimo Caputo (II parte)



L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan
L'intelligenza del cuore di Giovanni Rossetti

L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan di Horst Künkler (I parte)




Invito alla lettura

«Mi carmina il sogno». La poesia di Giuseppina Luongo Bartolini 
di Rito Martignetti 




Interventi

Vederepensare + guardare di Giovanni De Noia




L'Intervista

La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore (II parte)




Gli incontri della Rosa: «Bosnia ‑ una guerra ai confini delle coscienze»

Perché affonda Venezia di Abdullah Sidran




Speciale Musica
Paesaggi sonori ed ecologia dell'udito di Vincenzo Pellegrini




Incontri

Una serata con Alda Merini di Caterina Cruciani




Poesia islamica
Introduzione allo studio della poesia islamica di Luca Zolli (I parte)




Appunti Variabili

Incroci di Rito Martignetti


Editoriale n. 9





Fortini: il congedo dell'ospite ingrato

Sul numero 8 de «la rosa necessaria» avevamo dedicato una lunga recensione all'ultimo, splendido libro di Franco Fortini (che era già un consapevole testamento umano e poetico). Nei giorni in cui la rivista usciva giungeva la notizia della sua morte, che, onore raro per un poeta, veniva data anche dai TG della Rai. Questo perché Fortini, è bene dirlo subito, è stato uno dei maggiori intellettuali del dopoguerra, la coscienza più lucida e severa di una certa sinistra, che ha avuto il suo momento di massima emersione negli anni Sessanta.
Fortini ci ha insegnato la fedeltà, prima di tutto. Già da ora possiamo promettere che torneremo sulla sua vasta e complessa opera. Poche cose qui vogliamo dire. Prima di tutto che egli ha rappresentato uno degli ultimi modelli di intellettuale "totale", rifiutando con la sua stessa pratica, la scissione dell'uomo in funzione tipica della società contemporanea. La sua meta utopica era 1' uomo integrale. Per questo ha tenuto sempre insieme la critica letteraria, l'analisi della società, la poesia. Molti hanno sottolineato una contraddizione tra il Fortini poeta e il polemista, religiosamente aperto all'utopia il primo, realista il secondo. Ma l'unità della sua opera e della sua vita è data dalla meta finale (ossimoricamente data per irraggiungibile ma pure assolutamente necessaria) sia della poesia che della pratica politica: la ricomposizione dell'uomo con l'uomo in un mondo liberato, che assumeva i contorni religiosi della "Gerusalemme celeste".
Presente nei maggiori snodi della cultura di sinistra del dopoguerra (da «II Politecnico» di Vittorini a «Officina» con Pasolini, fino ai «Quaderni Piacentini», con i giovani Bellocchio e Berardinelli), protagonista di alcune memorabili polemiche sul rapporto fra intellettuali e potere, sull'industria culturale, Fortini è stato sempre un marxista, convinto che la strada indicata da Marx e Bloch, Lukács e Adorno fosse l'unica realmente percorribile per arrivare ad un mondo più giusto e libero, ed è triste pensare che gli ultimi mesi della sua vita siano coincisi col punto più basso della parabola politica della nostra nazione («porca, porca, porca», per citare Saba). È per questa sua fedeltà, in un tempo di trasformismi (di cui anche noi che scriviamo siamo spesso protagonisti, senza accorgercene) che la cultura italiana non gli ha tributato quell'atteggiamento di rispetto ipocrita che si ha per tutti i morti. Fortini, come ha fatto per tutta la vita, ha continuato a suscitare violente prese di posizione, al punto che quel tal Vertone Saverio, esperto di "salto sul carro del vincitore di turno", lo ha definito un «ingegno luciferino». Questo è un punto di merito, e ci dà la certezza che la sua opera non potrà entrare in nessuna Pléiade perché continuerà ad esigere risposte hic et nunc. "La poesia non importa" e "non muta nulla", sembra dirci Fortini, è altrove ciò che conta, nell'organizzazione (che è sempre economica e politica) dei rapporti umani. Ci piace, allora concludere con le parole di uno dei suoi "discepoli", l'unico ci è parso, in grado di cogliere l'assoluta diversità dell'opera di Fortini da tanti, pur grandi, poeti del nostro Novecento:
«Sono convinto che il lascito di Fortini non sia quello di una parola da interpretare, ma quello di una parola da applicare. È un lascito che non chiede ammirazione o pietà, ma una scelta di campo: o torneremo a credere, come Fortni non ha mai smesso di credere, alla possibilità di un mutamento del presente in nome del futuro oppure l'opera, tutta l'opera di Fortini, dalle poesie ai saggi critici, dagli scritti polemici alle voci d'enciclopedia, è destinata a diventare un libro "ermetico", un libro di devozioni odi profezie.» (Giovanni Raboni, I versi di un ospite ingrato nel dramma delle idee, «Corriere della Sera», 29 novembre 1994)


Nicola Sguera

sabato 10 ottobre 2015

Copertina n. 8







Ma come domani saprò riconoscere 
le rose uccise, le vive? Mi volgo di qui 
dov'è passata, e tornerà, la mia demenza: 
anche per essa chiedo giustizia e amore. 
Voi in sonno ancora: voglio che nulla si perda.

F. Fortini



Il numero 8 della rivista presentava in copertina un brano tratto da La poesia delle rose di Franco Fortini.

Questo è il sommario del numero:



Sommario

Editoriale 

La funzione della critica



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi
Loi e gli angeli di Cosimo Caputo 


Interventi
Una nota (negativa) su Città Spettacolo di Giovanni De Noia 


Invito alla lettura
Il mare di Rocco di Ciro Di Maria 
Alda Merini: «poesia, ricchezza del sangue» di Caterina Cruciani 
Franco Fortini ‑Composita solvantur di Nicola Sguera 


L'Intervista
La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore 


Appunti Variabili
Letteratura e realtà di Rito Martignetti 


La poesia
II velo del tempo: Pierre Reverdy di Sebastiano Aglieco 


Gli incontri della Rosa: Ferruccio Palma
Un incontro disperato di Paolo Bilotti 
Poesia amore mio di Emanuele Di Donato

Editoriale n. 8







La funzione della critica

In questi ultimi mesi, non solo sulle riviste specializzate, ma anche sui quotidiani si è sviluppata una discussione sulla funzione odierna della critica letteraria, essendo entrate in crisi quelle metodologie che hanno dominato nel corso degli anni Ottanta (in particolare il decostruzionismo). Ci sentiamo in dovere di entrare nel merito poiché anche noi, in qualche modo, svolgiamo una funzione critica, siamo un piccolo ingranaggio di quell'enorme macchina che si chiama letteratura.
Come sempre la polemica ha riguardato l'eccesso di specialismo nella critica e la necessità di ritrovare un linguaggio accessibile. Ritengo che gli interventi più coraggiosi siano stati quelli di Alfonso Berardinelli e di Giulio Ferroni.
Il primo è autore di un libro (La poesia verso la prosa, Bollati Boringhieri) che ha messo in subbuglio il mondo della poesia italiana per la violenza dei giudizi, nel quale, in sintesi, Berardinelli afferma che la poesia novecentesca si è assolutizzata, perdendo ogni legame con la realtà concreta e perdendo anche la possibilità di essere verificata, valutata (con gli strumenti della grammatica, della retorica, della metrica, della logica, ecc.). Secondo l'autore, che insegna attualmente a Venezia e viene dall'esperienza dei «Quaderni piacentini», la critica può salvarsi solo ritornando alla sua dimensione saggistica (di matrice illuministica) che nel Novecento ha avuto come massimi rappresentanti Edmund Wilson e, in Italia, Giacomo Debenedetti: una scrittura critica che, parlando di letteratura, parli d'altro (non a caso il libro precedente di Berardinelli si intitolava Tra il libro e la vita).
Gli interventi di Giulio Ferroni sono improntati invece ad un grande pessimismo sulla condizione della letteratura nella civiltà tecnologica: «Poeti, critici, artisti di tutte le risme, dovrebbero saper sentire fino in fondo ciò che intorno a loro la parola e la realtà sono diventate, avvertire l'urgenza e la minaccia della fine, l'allontanarsi della presenza della letteratura e della forma scritta dalla vita collettiva (su cui, del resto non sembrano aver ormai nessuna presa non solo i linguaggi più oscuri e formalizzati, ma anche quelli che vogliono essere più "comuni" e "diretti"). Forse diventa sempre più necessario riconoscere la condizione "postuma" della scrittura, il loro trovarsi confrontate alla propria fine: immergersi fino in fondo nel senso del presente per salvare o riscattare, dentro di esso, il passato, più che cercare improbabili strade per il futuro» (Parlando di letteratura «teniamoci tantissimo», «L'Unità» , 31 ottobre 1994).
Dialetticamente cerchiamo però di vedere anche la dimensione positiva che questa esplosione di nuovi codici e linguaggi, questo proliferare di voci che vengono dal basso e che entrano in contatto orizzontalmente grazie alle nuove tecnologie, apre. Non è la "scrittura" ad essere postuma, ma un certo tipo di "scrittura" che ha dominato per secoli (o millenni) la nostra civiltà. Tra breve una nuova massa di scrittori si scoprirà attraverso le reti telematiche, producendo milioni di libri che voleranno nell'etere da continente a continente. Allora appare quanto mai necessario dotarsi di strumenti interpretativi per sapere valutare i messaggi, disporli in una personale (non più "oggettiva") gerarchia dei valori. Come è sempre accaduto, l'accesso a nuove forme di espressione di nuovi soggetti arricchirà la letteratura, ma diventerà sempre più difficile valutare, selezionare. Qui diventa fondamentale l'esperienza della critica letteraria, di una critica che insegni soprattutto a decifrare le stratificazioni di un testo, che dia strumenti di lettura che poi ognuno userà a proprio piacimento.
I detentori del sapere sono restii a perdere il loro privilegio da che mondo e mondo.
Per una volta cerchiamo di entrare in un nuovo universo della parola senza aggrapparci al passato, non rimpiangendo i canoni degli autori e le gerarchie prestabilite.


Nicola Sguera

giovedì 8 ottobre 2015

Copertina n. 7



Niente o quasi niente se non l'antro
dove le cose vegetano dove le rose ormai da tanto
si sono sfogliate sotto le nostre dita
gente che va gente che viene tace
chi è mi son fermato dinanzi al cielo
ad ascoltare gemere non so cosa una frase
una bestia tutta la sofferenza in me d'un mondo
sofferenza inudibile oziosa non formulata da parole

L. Bourg


Il numero 7 della rivista presentava in copertina un brano tratto da una poesia di Lionel Bourg.
Questo è il sommario del numero:



Sommario

Editoriale 
«Se qualcosa di me ancora vale»


Proposte
«Un'irrevocabile lacerazione»: Lionel Bourg di Aldo Viano

Lettera ala rosa necessaria di Lionel Bourg

Bibliografia


Dibattiti
La preghiera di chi non crede di Marco Cardinali

Invito alla lettura
Ciro Vitiello: entropia del linguaggio come entropia dell'essere di Ciro Di Maria


Interventi
Per un'arte della "verifica trascendentale" di Giovanni De Noia


Teatrotetro
La creazione del senso di Sebastiano Aglieco


Speciale Musica
Tracce di Vincenzo Pellegrini


La poesia
Cesare Pavese ‑ Rivolta di Luca Rando

Editoriale n. 7






«Se qualcosa di me ancora vale»


Con questo numero si conclude la ricerca sull'opera di Lionel Bourg, il quale, dopo lo scorso numero della rivista, ci ha inviato una gradita lettera che pubblichiamo, tradotta, all'interno. Bourg ci sembra un vero poeta e i suoi versi ci hanno realmente emozionato.

I mesi estivi sono notoriamente periodi di festival teatrali (tra breve inizierà a Benevento 1' annuale Città‑Spettacolo). Abbiamo quindi deciso di far partire, da questo numero, un'inchiesta tra gli addetti ai lavori (studiosi, attori, registi, ecc.) per fare il punto sulla situazione del teatro oggi, una riflessione che ci permetta di capire dove si sta indirizzando la ricerca in campo teatrale.
Quello che ci interessa è, ovviamente, un certo tipo di teatro, che non è solo divertimento, masi interroga sull'oggi, riflette e fa riflettere, un teatro, oserei dire, necessario.
Perché questo interesse per il teatro in una rivista di poesia? I rapporti sono stretti da tempo (si pensi solo al teatro e grande poesia di Shakespeare e Calderon della Barca). Poesia e teatro si incontrano nel corpo dell'attore e, attraverso di lui, la poesia si fa voce pulsante, esce dalla pagina scritta per farsi incontro al pubblico/lettore. Molti poeti scrivono per il teatro o riconvertono testi di alta poesia per le scene (Sanguineti, Luzi e Giudici con la Commedia di Dante, ma si pensi anche all'interesse di attori/registi come De Berardinis e Moscato per la poesia); si assiste, insomma, ad un ritorno al teatro di poesia.
«Da sempre la poesia ha trovato nella voce dell'attore, nella rappresentazione scenica un habitus narrativo e visionario, una comunicazione cromatica ed empirica, dalla tragedia all'epica, dal canto alla lirica, dall'ode civile alla "prosa" del verso. Nel gesto dell'attore ha scandito il suo ritmo ossessivo e cantilenato, la sua scansione onirica e la sua trasgressione lessicale. Sulle assi del palcoscenico la poesia riscopre il significato rituale della propria esplosione lirica» (Giacomo Martini, Prefazione, in AA. VV, Poesia Teatro Drammaturgia, «I Quaderni del Battello Ebbro», n. 12‑13, giugno 1993).

Vorremmo dedicare idealmente questo nostro numero alla memoria di quei poeti (Volponi, Scataglini) morti in questo agosto ‘assassino'.

Se qualcosa di me ancora vale 
debbono tale cosa prenderla gli altri, 
impiegarla e trame profitto presente e reale.

(Paolo Volponi, da Per questi versi, in Nel silenzio campale, Piero Manni, 1990)


Luca Rando