martedì 1 gennaio 2019

Copertina n. 11



I versi alla rosa non sono borghesi
e non sono borghesi le rose
anche la rivoluzione le coltiverà
si tratta, certo, di ridistribuire le rose e la poesia
E. Cardenal


Il numero 11 della rivista presentava in copertina un testo del poeta, presbitero e teologo nicaraguense Ernesto Cardenal.

Questo è il sommario del numero:



Editoriale 

Sommersi e salvati? di Vincenzo Pellegrini


Poeti italiani contemporanei

Umberto Piersanti: mito e memoria di un mondo che scompare di Nicola  Sguera 

Una direzione di marcia di Paolo Ruffilli 

Paolo Ruffilli: la fisicità della parola di Luca Rando 


Invito alla lettura

Raymond Carver: istruzioni per l'uso della poesia di Costanzo Di Girolamo 

Traducendo Carver di Pasquale Sica 


Filosofia

Hannah Arendt: dalla comprensione del totalitarismo alla riflessione politica di Emma Ricciardi 


 Incontri

 Stravolgenze: Maria Luisa Spaziani di Tiziana Antonilli 


 Incroci

 Poesia e memoria di Brunella Bruschi 


 Interventi

 I luoghi visibili di Mario Parente 

 Alla resa dei conti (di Pasolini e d'altro) ‑ Un intervento di Gianni D'Elia 

 Dialoghetto su Pasolini di Gianni D'Elia 


 Schegge

 The rime of the ancient mariner (S. T. Coleridge) di Giuseppe Nenna 


 La rosa

 Pugni e humus di Tiziana Antonilli di L. Rando e N. Sguera 

 Un anno di rosa necessaria di L. Rando e N. Sguera 

Editoriale n. 11



Sommersi e salvati?

A parte la forma interrogativa, questo era il titolo di un convegno tenutosi a Roma agli inizi di marzo organizzato dalla rivista «Teatro e storia» insieme al Dipartimento della comunicazione letteraria e dello spettacolo dell'Università di Roma. II convegno giungeva a conclusione di una iniziativa, tenuta dall'Odin Teatret per i suoi trent'anni di attività, che includeva una serie di seminari tenuti da Eugenio Barba e dagli attori dell'Odin, la proiezione di tutti i film prodotti dalla compagine scandinava e lo spettacolo Kaosmos.
In questo incontro, che seguiva le stesse linee dello storico convegno di Ivrea svoltosi una trentina di anni addietro, sulla situazione del teatro, ho potuto constatare come a distanza di tanti anni le domande siano sempre le stesse, ma all'orizzonte non si intraveda alcuna risposta.
In Italia, la sottovalutazione della cultura da parte delle istituzioni, la scarsa attenzione dei partiti, le razionalizzazioni ministeriali che poi si rivelano per certi versi "irrazionali", stanno portando lentamente verso un liberismo che, dietro la pretesa razionalità di mercato, nasconde visioni culturalmente distruttive, tant'è che sono pochissime le arti che possono reggersi economicamente sui propri diretti guadagni.
Tuttavia esiste un patrimonio culturale e di risorse umane che è un bene della nazione e che quindi è nell'interesse collettivo tutelare, ma ciò non può essere fatto con l'ipocrisia culturale. La stessa è strettamente collegata al sistema delle sovvenzioni, il cui presupposto non è di per sé sbagliato ma genera ugualmente conseguenze distorte contribuendo ad appiattire la cultura su livelli scolastici, compensando l'inadeguatezza con la solennità e facendo identificare il peso culturale delle produzioni con l'interesse che esse suscitano presso i media. Le stesse erogazioni dello Stato per la cultura e lo spettacolo sono in realtà dotate di una duplice faccia in quanto pur essendo deliberate vengono rese disponibili con macroscopici ritardi, e quindi molto spesso è necessario il ricorso ad aperture di credito che aggiungono interessi passivi che vanno così ad incidere pesantemente sulle attività - finanziarie e non - delle varie iniziative.
Questa situazione paradossale, e che tuttavia è nel pieno della legalità, si scontra poi con le richieste ministeriali di un buon governo aziendalistico e manageriale.
Quindi da un lato abbiamo una impossibilità di adeguamento ad una economia di mercato da parte delle strutture e degli enti che fanno cultura, dall'altro abbiamo risorse umane impegnate e distinte in due schieramenti: quelle che perseguono il loro orgoglio artistico e quelle che rischiano l'autoindulgenza e l'arbitrio.
Tali considerazioni vengono fuori in tutta la loro drammaticità quando si tratta di negoziare le leggi finanziarie dello Stato e solitamente, secondo un'abitudine oramai consolidata, le prime spese che si tagliano sono quelle per l'istruzione e la cultura. In realtà si ignora, o si dimentica, che il futuro di una nazione e di una società civile non è dato dai chili di acciaio prodotti dall'industria ma dal patrimonio di cervelli che questa possiede e riesce a tutelare e valorizzare.
La piaga si è poi acuita in modo più evidente in questi ultimi anni, ma oggi che viene paventato un ulteriore dimezzamento del F.U.S. (Fondo unico dello spettacolo) giungono grida d'allarme, visioni apocalittiche, richieste di azzeramento... C'è da chiedersi che tipo di attenzione prestassero a questi problemi quelle stesse persone quando gli scempi del patrimonio culturale italiano venivano iniziati. Le poche voci che ricordo denunciarono la situazione, vista la partita che si giocava, cercarono all'estero un rifugio e un territorio dove poter continuare a portare il loro personale contributo al mondo dell'arte e della scienza, oppure operarono in Italia ma in un clima di isolamento e sotto gli sguardi sospettosi degli altri.
Gli operatori hanno indubbiamente avuto la grave responsabilità di non essere stati propositivi, ma certo una maggiore attenzione da parte di tutti gioverebbe non poco a risollevare le sorti di un campo di fondamentale importanza. Forse c'è ancora tempo per fare qualcosa.

Vincenzo Pellegrini

domenica 30 dicembre 2018

On-line il n. 10


Il n. 10 de "la rosa necessaria" (marzo 1995) scaricabile in formato PDF. Interventi di Gianni D'Elia, Luca Rando, Vincenzo Pellegrini, Cosimo Caputo, Emanuele Di Donato, Hörst Künkler, Rito Martignetti, Pina Arfé, Ciro Di Maria, Paola Caruso. Temi affrontati: Pasolini, Loi, De Luca, Celan, Milo De Angelis, Paz, la poesia giapponese. Nell'ultima pagina un omaggio ad una cara amica scomparsa troppo presto.

mercoledì 4 gennaio 2017

Copertina n. 10





Non imperversa il riso
nella tua bocca odiosa?
Ebbene, amico, cogli
nell'orto una rosa.

Moralità o poesia
o bellezza, non so,
protendo questa rosa
a rispecchiarsi sola.
P. P. Pasolini


Il numero 10 della rivista presentava in copertina un brano tratto da Il Narciso e la rosa (in Poesia in forma di rosadi Pier Paolo Pasolini.

Questo è il sommario del numero:





Sommario


Speciale Pasolini 

Editoriale «..con le armi della poesia...»

Pasolini: teatro in versi, pretesto inaugurale? di Gianni D'Elia

Un cinema di poesia di Enzo Pellegrini ­



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi

Loi e gli angeli di Cosimo Caputo (III parte)



Gli incontri della Rosa: Erri De Luca

Un sì di petto per Erri De Luca di Emanuele Di Donato



L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan

L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan di Horst Kúnkler (II parte)



Appunti Variabili


A destra in alto a sinistra di Rito Martignetti



L'Intervista

La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore (III parte)

Ogni terzo pensiero ‑ Intervista a Giovanni Raboni di Luca Rando e Nicola Sguera



Interventi

L'opera e il senso di Pina Arte



Invito alla lettura

Le regole del silenzio: Octavio Paz
di Ciro Di Maria



Fuori dall'Occidente

La poesia giapponese di epoca Heian di Paola Caruso

Introduzione allo studio della poesia islamica di Luca Zolli (II parte)

Editoriale n. 10




«...con le armi della poesia...»



Ma c'è nell'esistenza
qualcos'altro che amore
per il proprio destino.

È un calcolo senza
miracolo che accora
o sospetto che incrina.

La nostra storia! morsa
di puro amore, forza
razionale e divina.


Prendo come spunto queste parole della sezione "La scoperta di Marx" de L'usignolo della Chiesa Cattolica (Einaudi, 1976) per introdurre questo "speciale" su Pasolini.
Da tempo stavamo pensando ad un numero dedicato a Pier Paolo Pasolini, una delle figure più importanti della storia (non solo letteraria) del nostro Paese. Ci stavamo pensando anche in relazione alla manifestazione svoltasi a Napoli tra ottobre e novembre scorso, manifestazione fortemente voluta dal Teatro Nuovo e da Laura Betti che da anni porta avanti, con l'Associazione "Fondo Pier Paolo Pasolini", in Italia e all'estero, un percorso per mantenere viva 1'opera e la figura dell'intellettuale di Casarsa. Memoria tanto più opportuna in questi nostri anni che tendono alla dimenticanza, alla facile inglobazione, all'utilizzo distorto di parole e immagini. Anni in cui la damnatio memoriae è arrivata fino al punto di negare l' Olocausto...
Durante la manifestazione su Pasolini abbiamo potuto assistere ad incontri di altissimo livello con studiosi, poeti, amici. In particolare sono stati per me stimolanti gli incontri con Guido Calvi (avvocato di parte civile nel processo per l'assassinio di Pasolini) e con il filosofo Aldo Masullo
Quello di Pasolini è stato un delitto politico, ha detto Calvi ricordando il clima di tensione di quegli anni, un delitto non di una sola persona, ma di un gruppo di persone che hanno deciso (a sangue freddo) l'uccisione del poeta. E la responsabilità di terzi emerse anche nel processo. Il delitto di Pasolini è stato un delitto politico, effettuato nei riguardi di un uomo che dava troppo fastidio al Palazzo.
Di quel delitto oggi quanti ricordano? È come se fosse passata un'onda perversa che ha cancellato tutto, anche dalla memoria. Non abbiamo più ricordo di quello che avvenne allora, di quegli anni drammatici tra il '74 ed il '75. Tutto è stato cancellato. Hegel dice che bisogna dimenticare per vivere, ma è invece necessaria, secondo me, una `resistenza della memoria', perché oggi più che mai assistiamo a tentativi di manipolazione delle coscienze attraverso i media che cercano di creare realtà inesistenti e inventarsi un passato, e ci appiattiscono sul presente.
Il richiamo a questa memoria storica, il recupero delle ‘verità' (da proteggere, come dice Fortini), è proprio anche di Pasolini che ci invita a difendere il passato (tutto, intatto), anche quello rappresentato da una piccola stradina di campagna, appena fuori dalla porta antica di Orte. Perché quella stradina, anche se insignificante, noi dobbiamo preservarla fino all'ultimo. Dobbiamo custodire tutto. Dobbiamo difendere tutti i sogni del passato, comunque. Il mondo tutt'intero è una creatura che dobbiamo proteggere e conservare. Tutta. Intatta (è ancora Pasolini che lo dice in un programma televisivo, Pier Paolo Pasolini: una disperata vitalità di Simona Gusberti e di Antonio Debenedetti con la regia di Paolo Brunatto, in onda il 23 e il 28 gennaio 1986 su RAITRE).
Oggi è più che mai necessario questo imperativo, perché la cancellazione della memoria non significa solo disprezzo e manipolazione della verità, ma una imposizione dell'oblio grave sia per le generazioni contemporanee che per quelle future.
Il poeta, in tutto questo, è coscienza critica, è colui che non fa dimenticare, è colui che sprona a non arrendersi e che tiene sveglie le coscienze. A volte le parole sono inadeguate rispetto all'azione, ma compito del poeta è quello di andare avanti mostrando le cose come sono (non mascherandole a vantaggio dell'ideologia dominante). È ciò che ha fatto Pasolini, richiamando sempre le coscienze a riflettere, anche quando ciò che diceva poteva far male (a lui stesso innanzitutto).
Nella polemica sul Pasolini poeta civile 1'intervento di Aldo Masullo ha portato un po' di chiarezza: Pasolini non è un poeta civile, perché il poeta civile si batte all'interno delle istituzioni, mentre egli se ne batte al di fuori, è cioè un poeta di opposizione. Opposizione al Palazzo, a certo tipo di cultura, al potere dei `fascismi' vecchi e nuovi, ai media che «hanno creato il bisogno particolarmente deleterio di un'informazione che ridondi nel senso della propaganda e della pubblicità» (Pier Paolo Pasolini, Il sogno del centauro, Editori Riuniti, pag.155).
Osservando i nostri anni e tutto quello che è accaduto non possiamo che dargli pienamente ragione: non perché Pasolini sia stato un Vate che ha previsto il futuro, ma solo perché sapeva guardare le cose più in profondità, aveva un occhio più attento (non superficiale) ai cambiamenti e a quello che avveniva intorno. Aveva un atteggiamento di stupore e di sorpresa rispetto alla realtà, non la trovava mai banale.
Di quel processo al Palazzo da lui invocato abbiamo visto la realizzazione in questi ultimi anni, a quelle sue parole («Io so. lo so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe"») abbiamo assentito con rabbia per tutto questo tempo passato nell'oblio.
Nella manifestazione napoletana tutto questo è emerso molto bene, nei dibattiti presso l'Istituto italiano di Studi Filosofici in cui sono intervenuti Goffredo Fofi, Walter Siti, Marco Müller, Giancarlo Ferretti, Jacqueline Risset, Giovanni Raboni (di cui pubblichiamo un'intervista fatta in quella occasione e sulla cui poesia, che ci sembra una delle più interessanti e genuine del Novecento, torneremo in un numero successivo), Gianni D'Elia (il cui intervento pubblichiamo all'interno, e che ringraziamo per l'affetto che ci dimostra) e Francesca Sanvitale; negli incontri all'Istituto Universitario Orientale con Giacomo Marramao, Guido Calvi, Aldo Masullo, Carla Pasquinelli, Vittorio Russo, negli incontri con Erri De Luca e Mario Martone, negli spettacoli teatrali al Teatro Mercadante e al Teatro Nuovo (formidabile Il Pratone del Casilino tratto da Petrolio con Antonio Piovanelli, per la regia di Giuseppe Bertolucci), nella retrospettiva cinematografica che ha dato modo di vedere nella sua completezza l'opera filmica di Pasolini, e anche nel seminario organizzato a Salerno dal prof. UmbertoTodini sul Pasolini antichista.
Analizzata in tutti i suoi aspetti l'opera di Pasolini è ancora piena di insegnamenti, di luci accecanti, di feroci verità. Pasolini ci insegna, tra le altre cose, ad osservare la vita, quello che ci circonda, perché è da lì che traiamo i nostri insegnamenti più profondi, da quello con cui siamo a contatto ogni giorno:

«L'educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica [...] rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma del suo spirito. La condizione sociale si riconosce nella carne di un individuo [...]. Perché egli è stato fisicamente plasmato dall'educazione appunto fisica della materia di cui è fatto il suo mondo».

A chiusura di questo editoriale mi volgo col pensiero ad una cara amica scomparsa a cui abbiamo voluto rendere omaggio dedicandole una poesia di Giorgio Caproni e, idealmente, il nostro lavoro sulla poesia.

Luca Rando

lunedì 31 ottobre 2016

Copertina n. 9







Qui, è il luogo chiaro. Non è più l' alba.
È già la giornata dei desideri esprimibili.
Dei miraggi di un canto nel tuo sogno non resta
Che questo scintillio di pietre future.

Qui, e fino a sera. La rosa di ombre
Si girerà sopra i muri. La rosa di ore
Sfiorirà senza rumore. Le chiare lastre di pietra
Condurranno a lor grado questi passi invaghiti del giorno.

Y. Bonnefoy


Il numero 9 della rivista presentava in copertina un brano tratto da una poesia di Yves Bonnefoy.

Questo è il sommario del numero:





Sommario

Editoriale 


Fortini: il congedo dell'ospite ingrato



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi

Loi e gli angeli di Cosimo Caputo (II parte)



L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan
L'intelligenza del cuore di Giovanni Rossetti

L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan di Horst Künkler (I parte)




Invito alla lettura

«Mi carmina il sogno». La poesia di Giuseppina Luongo Bartolini 
di Rito Martignetti 




Interventi

Vederepensare + guardare di Giovanni De Noia




L'Intervista

La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore (II parte)




Gli incontri della Rosa: «Bosnia ‑ una guerra ai confini delle coscienze»

Perché affonda Venezia di Abdullah Sidran




Speciale Musica
Paesaggi sonori ed ecologia dell'udito di Vincenzo Pellegrini




Incontri

Una serata con Alda Merini di Caterina Cruciani




Poesia islamica
Introduzione allo studio della poesia islamica di Luca Zolli (I parte)




Appunti Variabili

Incroci di Rito Martignetti


Editoriale n. 9





Fortini: il congedo dell'ospite ingrato

Sul numero 8 de «la rosa necessaria» avevamo dedicato una lunga recensione all'ultimo, splendido libro di Franco Fortini (che era già un consapevole testamento umano e poetico). Nei giorni in cui la rivista usciva giungeva la notizia della sua morte, che, onore raro per un poeta, veniva data anche dai TG della Rai. Questo perché Fortini, è bene dirlo subito, è stato uno dei maggiori intellettuali del dopoguerra, la coscienza più lucida e severa di una certa sinistra, che ha avuto il suo momento di massima emersione negli anni Sessanta.
Fortini ci ha insegnato la fedeltà, prima di tutto. Già da ora possiamo promettere che torneremo sulla sua vasta e complessa opera. Poche cose qui vogliamo dire. Prima di tutto che egli ha rappresentato uno degli ultimi modelli di intellettuale "totale", rifiutando con la sua stessa pratica, la scissione dell'uomo in funzione tipica della società contemporanea. La sua meta utopica era 1' uomo integrale. Per questo ha tenuto sempre insieme la critica letteraria, l'analisi della società, la poesia. Molti hanno sottolineato una contraddizione tra il Fortini poeta e il polemista, religiosamente aperto all'utopia il primo, realista il secondo. Ma l'unità della sua opera e della sua vita è data dalla meta finale (ossimoricamente data per irraggiungibile ma pure assolutamente necessaria) sia della poesia che della pratica politica: la ricomposizione dell'uomo con l'uomo in un mondo liberato, che assumeva i contorni religiosi della "Gerusalemme celeste".
Presente nei maggiori snodi della cultura di sinistra del dopoguerra (da «II Politecnico» di Vittorini a «Officina» con Pasolini, fino ai «Quaderni Piacentini», con i giovani Bellocchio e Berardinelli), protagonista di alcune memorabili polemiche sul rapporto fra intellettuali e potere, sull'industria culturale, Fortini è stato sempre un marxista, convinto che la strada indicata da Marx e Bloch, Lukács e Adorno fosse l'unica realmente percorribile per arrivare ad un mondo più giusto e libero, ed è triste pensare che gli ultimi mesi della sua vita siano coincisi col punto più basso della parabola politica della nostra nazione («porca, porca, porca», per citare Saba). È per questa sua fedeltà, in un tempo di trasformismi (di cui anche noi che scriviamo siamo spesso protagonisti, senza accorgercene) che la cultura italiana non gli ha tributato quell'atteggiamento di rispetto ipocrita che si ha per tutti i morti. Fortini, come ha fatto per tutta la vita, ha continuato a suscitare violente prese di posizione, al punto che quel tal Vertone Saverio, esperto di "salto sul carro del vincitore di turno", lo ha definito un «ingegno luciferino». Questo è un punto di merito, e ci dà la certezza che la sua opera non potrà entrare in nessuna Pléiade perché continuerà ad esigere risposte hic et nunc. "La poesia non importa" e "non muta nulla", sembra dirci Fortini, è altrove ciò che conta, nell'organizzazione (che è sempre economica e politica) dei rapporti umani. Ci piace, allora concludere con le parole di uno dei suoi "discepoli", l'unico ci è parso, in grado di cogliere l'assoluta diversità dell'opera di Fortini da tanti, pur grandi, poeti del nostro Novecento:
«Sono convinto che il lascito di Fortini non sia quello di una parola da interpretare, ma quello di una parola da applicare. È un lascito che non chiede ammirazione o pietà, ma una scelta di campo: o torneremo a credere, come Fortni non ha mai smesso di credere, alla possibilità di un mutamento del presente in nome del futuro oppure l'opera, tutta l'opera di Fortini, dalle poesie ai saggi critici, dagli scritti polemici alle voci d'enciclopedia, è destinata a diventare un libro "ermetico", un libro di devozioni odi profezie.» (Giovanni Raboni, I versi di un ospite ingrato nel dramma delle idee, «Corriere della Sera», 29 novembre 1994)


Nicola Sguera