sabato 3 agosto 2019

Editoriale n.14




Oltre la desacralizzazione

La desacralizzazione del mondo procede in diversi modi e con diverse prospettive e risultati.

Secondo alcune scuole di pensiero il sacro è in modo assoluto, agisce efficacemente e fa durare le cose, in contrasto con le evenienze casuali della Storia.

Il sacro dunque sarebbe una forma vitale che unisce i membri di un gruppo e aiuta gli individui in occasioni di crisi, sanzionando valori, regole e leggi.

Da ciò deriva la ritualità - religiosa e non - che serve a liberare l'uomo da ansie e paure che gli derivano dall'impossibilità di controllo sugli eventi esterni.

Io non credo a un mondo superiore e assoluto a cui rapportarsi nei momenti di crisi, credo però che ci sia un patrimonio del passato da difendere e conservare contro una desacralizzazione volgare e presuntuosa che tende ad appiattire l'uomo sul presente e a ridurre ogni cosa al suo valore economico. Un sacro nel mondo, per intenderci.

In questo numero della rivista una buona parte degli articoli è dedicata ad un tema specifico, "Sacro e Profano", che prende spunto dal tema della Città Spettacolo di Benevento: Luca Zolli ha inquadrato la problematica in esame; Tiziana Antonilli illustra la raccolta di Mario Luzi Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, viaggio interno ed esterno all'uomo alla ricerca di un rinnovamento terreno e spirituale; io ho scritto sul teatro di Annibale Ruccello (presente anche nella rassegna teatrale della città con due testi: Mamma e Notturno di donna con ospiti), la cui opera si inserisce in questa problematica per il chiaro richiamo alla perdita di valori in una società desacralizzata, che ha perso il suo legame con la tradizione, e trascinata, da un uso distorto dei media, verso una "malattia" senza guarigione; Vincenzo Pellegrini riflette sui prodromi della differenziazione tra la musica sacra e quella profana; e infine Nicola Sguera ricorda il cinema di Tarkovskij, la cui opera, la sua alta spiritualità, ben si inserisce nel quadro di questo speciale.

Il riferimento al tema di Città Spettacolo è stato voluto sia per l' attualità della problematica, sia perché riteniamo che questo avvenimento sia un'occasione per la nostra città di crescita culturale. Occasione che non va sprecata, ma anzi aiutata a svilupparsi con la convergenza di tutte le energie artistiche e intellettuali.

Inoltre siamo felici che per la prima volta, come richiesto lo scorso anno, ci sia anche uno spazio (piccolo) per la poesia all'interno della rassegna.

Luca Rando

Copertina n.13



La rosa
l’immarcescibile rosa che non canto,
quella che è peso e fragranza,
quella del nero giardino nell'alta notte,
quella di qualsiasi giardino e qualsiasi sera,
la rosa che risorge dalla tenue
cenere per l'arte dell'alchimia,
la rosa dei persiani e di Ariosto,
quella che sempre sta sola,
quella che sempre è la rosa delle rose, 
il giovane fiore platonico,
l’ardente e cieca rosa che non canto, 
la rosa irraggiungibile.

Jorge Luis Borges


Il numero 13 della rivista presentava in copertina un testo del poeta Jorge Luis Borges affiancato ad un disegno del volto del poeta argentino.


Questo è il sommario del numero:


Editoriale  

La speranza che rinasce nell'Italia e dal Sud di Nicola Sguera 


Profili

 La passione dell'attesa: Daria Menicanti di Stefano Carta 

«La voce della mia poesia». Intervista a Daria Menicanti di Stefano Carta 


Dissonanze

Spazi sonori di Vincenzo Pellegrini


Interventi

Quindici sassi di Carlo Villa


Fine Millennio

Una città di Luca Rando


Fuori dall'Occidente

Introduzione allo studio della poesia islamica (terza parte) di Luca Zolli 


 Recensioni & Segnalazioni


L'inedito

Sorpresa: trascorso un mese di Franco Marcoaldi 


Gli incontri della Rosa

La parola e l'immagine di Giuseppe Nenna


Invito alla lettura

La tavolozza poetica di Miltos Sachturis di Tiziana Antonilli 


Visioni

L'assenza della parola di Amata Verdino

Editoriale n.13



La speranza che rinasce nell'Italia e dal Sud

L'arte, sosteniamo dall'inizio del nostro percorso, è profondamente intrecciata alle dinamiche del cambiamento sociale e politico. Come abbiamo seguito con preoccupazione crescente 1' affermarsi di una destra che ha proclamato orgogliosamente il proprio disprezzo per la cultura se non in funzione "egemonica", così oggi, dopo due anni travagliati, respiriamo a pieni polmoni il clima nuovo che si è creato in Italia, dove molti degli uomini migliori della cultura di sinistra e del mondo cattolico sono finalmente arrivati al controllo della res publica.

Io sono un comunista, e vado orgoglioso di questa appartenenza ad una storia che mi trascende. Credo che il mondo, quando avrà superato la sua età del ferro, troverà naturale con-dividere, mettere in comunione. Ma questo è un orizzonte utopico. Nell'immediato sono ben felice di ciò che è accaduto. E lo rivendico su una rivista di "scritture e arti" perché credo che mai come ora bisogna sporcarsi le mani, tornare a parlare, superare la duplice afasia dell'orfismo (camuffata da parola elettiva) e delle neo-neo-avanguardie (un'afasia logorroica!). Ammiriamolo sforzo di tutti coloro (e tra i nostri amici ce ne piace ricordare due lontanissimi tra loro: Gianni D'Elia e Marco Guzzi) che si ostinano a voler comunicare, a risanare la frattura della letteratura moderna.

Ha un senso il nostro lavoro in una depressa città del Sud dell'Italia? Mi ha dato grande speranza la provocazione di Franco Cassano ne Il pensiero meridiano (Laterza). La proposta di pensare il Sud a partire dalle sue tradizioni, dai suo valori, dai suoi archetipi geografici, per la prima volta mi ha fatto intuire che il nostro difetto di modernità può essere una possibilità e non un limite da superare affannosamente.

Il grande lavoro che c'è da fare nel mondo artistico e culturale meridionale è quello di creare ponti, scambi, intessere una fitta serie di relazioni che rendano visibile quanto di buono va facendo, chi - come noi - in piccolo, chi - e penso a Giuseppe Goffredo e alla rivista «Da qui» - in grande stile. Non per rivendicare un'appartenenza etnica, ma perché la cultura partecipi ad un grande sforzo di crescita civile che permetta alle nostre terre di liberarsi dal cancro delle mafie, di riappropriarsi del patrimonio artistico, di avere una amministrazione trasparente. Solo una cultura che si sporca le mani (Cassano la esemplifica nella figura del dottor Rieux de La peste di Camus) può contribuire a questo: essere "medici" della cultura, o, per usare una bella immagine di Luigi Bianco, "medicanti".

Nicola Sguera

martedì 1 gennaio 2019

Copertina n. 12



L'accendersi e lo spegnersi
per caso della vita, la traccia
luminosa, la scia che lascia
dietro a sé quello che è stato,
amato o non amato, comunque
sconosciuto, la gioia e il lutto:
precipitato, tutto, nel cieco vaso
tra le braccia del buio. L'orma,
appassita, di ogni cosa. L'ombra
e l'odore, neppure più il colore,
il pensiero pensato della rosa.

Paolo Ruffilli


Il numero 12 della rivista , il primo con l'editore Kat,  presentava in copertina un testo del poeta Paolo Ruffilli affiancato al volto di Ch. Baudelaire.


Questo è il sommario del numero:


Editoriale 

Gradini di Nicola Sguera


Profili

Parole come pietre: Erri De Luca di Luca Rando


Poeti italiani contemporanei

Evidenza e coerenza della poesia. Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore

Tommaso Di Francesco. Il corpo balcanizzato di L. Rando e N. Sguera


Invito alla lettura

Umberto Fiori: esistenzialismo ed etica della coralità di Roberto Bertoldo

Appunti intorno alla poesia di Adonis di Sebastiano Aglieco

Il rimorso di Pietro: L'alta febbre del fare di Pietro Ingrao di Ciro Di Maria


La poesia

Charles Baudelaire. Benedizione di Pierluigi Calandrelli


Interventi

Svevo e il giovane Montale di Pino Corbo

Il dandy, la noia, il gioco di Marco Amendolara

Editoriale n. 12



Gradini

La nostra rivista, conservando la sua connotazione originaria, raggiunge un traguardo importante: da ora in poi uscirà dai tipi dell'editore beneventano Kat. Per noi ciò vuol dire da una parte il riconoscimento di un lavoro serio svolto in questi anni, dall'altra la possibilità di allargare il nostro pubblico, grazie ad una distribuzione più capillare. A questa novità se ne aggiunge un'altra: la presa d'atto che oramai «la rosa necessaria» non è più soltanto una rivista di poesia, come alle origini, ma un luogo d'incontro di discipline e arti diverse, dalla musica alla filosofia. Per questo motivo abbiamo deciso di cambiarne l'intestazione.
In questo numero la poesia, però, fa ancora la parte del leone (con interventi su Adonis, Ingrao e De Angelis). Il lungo articolo di apertura è un omaggio ad Erri De Luca, una delle voci della narrativa italiana odierna più originali e sincere.
Questa rivista intende continuare ad avere una doppia anima: una proiettata su quanto accade in Italia e nel mondo, nella consapevolezza che la provincia non coincide con l'emarginazione culturale, ma che anzi la minore interferenza della "chiacchiera" possa favorire la riflessione e l'approfondimento; un'altra anima, invece, attenta a quanto accade nella nostra dimensione quotidiana, dove una città cerca di liberarsi dal suo torpore, sprigionando energie nuove.
È indubbio che nell'ultimo anno Benevento ha vissuto un risveglio dal punto di vista della produzione artistico-culturale e, soprattutto, della sua fruizione. Sono nati gruppi e associazioni che hanno rivitalizzato l'ambiente con proposte diverse in tutti i campi. Vorremo che in tutti ci fosse la consapevolezza che ciò deve ripercuotersi nella vita di ogni giorno, in un miglioramento complessivo delle condizioni di vita di tutti. Che la cultura e l'arte diventino civiltà, sia attraverso la denuncia delle ingiustizie e delle storture, sia attraverso la proposta di "vite" alternative. L'incontrarsi a teatro per partecipare ad un evento collettivo, la lettura ad alta voce di poesie, il passeggio attento tra quadri e sculture non siano un'oasi nel deserto. La separatezza conduce alla morte sia la cultura, che diventa, come troppo spesso è accaduto nella nostra storia, arcadia, sia la società che perde in motivazioni ideali, in direzionalità, riducendosi ad essere consumo, a riprodurre il processo biologico di assimilazione ed espulsione. Con molto piacere, dunque, abbiamo recensito il libro di poesie di Pietro Ingrao, uno straordinario esempio di coerenza etica e politica, attento anche ad un linguaggio "altro".
Ciò che connota il mondo occidentale è la stanchezza, un senso di estenuazione che si collega simbolicamente alla fine del millennio che incombe. Ma noi possiamo sempre dare un nuovo inizio: le arti sono testimonianza di questa inesausta capacità di rinnovamento che dobbiamo essere in grado di innestare anche in una politica intesa come libertà:

Gli uomini sono fatti per intendersi
Per comprendersi amarsi
Hanno figli che saranno padri d'uomini
Hanno figli senza casa senza patria
Che reinventeranno le case
Che reinventeranno gli uomini
E la natura e la patria
Quella di tutti gli uomini
Quella di tutti i tempi

(Paul Eluard, La morte l'amore la vita)

Queste pagine vogliono essere testimonianza di tale possibilità.

Nicola Sguera

Copertina n. 11



I versi alla rosa non sono borghesi
e non sono borghesi le rose
anche la rivoluzione le coltiverà
si tratta, certo, di ridistribuire le rose e la poesia
E. Cardenal


Il numero 11 della rivista presentava in copertina un testo del poeta, presbitero e teologo nicaraguense Ernesto Cardenal.

Questo è il sommario del numero:



Editoriale 

Sommersi e salvati? di Vincenzo Pellegrini


Poeti italiani contemporanei

Umberto Piersanti: mito e memoria di un mondo che scompare di Nicola  Sguera 

Una direzione di marcia di Paolo Ruffilli 

Paolo Ruffilli: la fisicità della parola di Luca Rando 


Invito alla lettura

Raymond Carver: istruzioni per l'uso della poesia di Costanzo Di Girolamo 

Traducendo Carver di Pasquale Sica 


Filosofia

Hannah Arendt: dalla comprensione del totalitarismo alla riflessione politica di Emma Ricciardi 


 Incontri

 Stravolgenze: Maria Luisa Spaziani di Tiziana Antonilli 


 Incroci

 Poesia e memoria di Brunella Bruschi 


 Interventi

 I luoghi visibili di Mario Parente 

 Alla resa dei conti (di Pasolini e d'altro) ‑ Un intervento di Gianni D'Elia 

 Dialoghetto su Pasolini di Gianni D'Elia 


 Schegge

 The rime of the ancient mariner (S. T. Coleridge) di Giuseppe Nenna 


 La rosa

 Pugni e humus di Tiziana Antonilli di L. Rando e N. Sguera 

 Un anno di rosa necessaria di L. Rando e N. Sguera 

Editoriale n. 11



Sommersi e salvati?

A parte la forma interrogativa, questo era il titolo di un convegno tenutosi a Roma agli inizi di marzo organizzato dalla rivista «Teatro e storia» insieme al Dipartimento della comunicazione letteraria e dello spettacolo dell'Università di Roma. II convegno giungeva a conclusione di una iniziativa, tenuta dall'Odin Teatret per i suoi trent'anni di attività, che includeva una serie di seminari tenuti da Eugenio Barba e dagli attori dell'Odin, la proiezione di tutti i film prodotti dalla compagine scandinava e lo spettacolo Kaosmos.
In questo incontro, che seguiva le stesse linee dello storico convegno di Ivrea svoltosi una trentina di anni addietro, sulla situazione del teatro, ho potuto constatare come a distanza di tanti anni le domande siano sempre le stesse, ma all'orizzonte non si intraveda alcuna risposta.
In Italia, la sottovalutazione della cultura da parte delle istituzioni, la scarsa attenzione dei partiti, le razionalizzazioni ministeriali che poi si rivelano per certi versi "irrazionali", stanno portando lentamente verso un liberismo che, dietro la pretesa razionalità di mercato, nasconde visioni culturalmente distruttive, tant'è che sono pochissime le arti che possono reggersi economicamente sui propri diretti guadagni.
Tuttavia esiste un patrimonio culturale e di risorse umane che è un bene della nazione e che quindi è nell'interesse collettivo tutelare, ma ciò non può essere fatto con l'ipocrisia culturale. La stessa è strettamente collegata al sistema delle sovvenzioni, il cui presupposto non è di per sé sbagliato ma genera ugualmente conseguenze distorte contribuendo ad appiattire la cultura su livelli scolastici, compensando l'inadeguatezza con la solennità e facendo identificare il peso culturale delle produzioni con l'interesse che esse suscitano presso i media. Le stesse erogazioni dello Stato per la cultura e lo spettacolo sono in realtà dotate di una duplice faccia in quanto pur essendo deliberate vengono rese disponibili con macroscopici ritardi, e quindi molto spesso è necessario il ricorso ad aperture di credito che aggiungono interessi passivi che vanno così ad incidere pesantemente sulle attività - finanziarie e non - delle varie iniziative.
Questa situazione paradossale, e che tuttavia è nel pieno della legalità, si scontra poi con le richieste ministeriali di un buon governo aziendalistico e manageriale.
Quindi da un lato abbiamo una impossibilità di adeguamento ad una economia di mercato da parte delle strutture e degli enti che fanno cultura, dall'altro abbiamo risorse umane impegnate e distinte in due schieramenti: quelle che perseguono il loro orgoglio artistico e quelle che rischiano l'autoindulgenza e l'arbitrio.
Tali considerazioni vengono fuori in tutta la loro drammaticità quando si tratta di negoziare le leggi finanziarie dello Stato e solitamente, secondo un'abitudine oramai consolidata, le prime spese che si tagliano sono quelle per l'istruzione e la cultura. In realtà si ignora, o si dimentica, che il futuro di una nazione e di una società civile non è dato dai chili di acciaio prodotti dall'industria ma dal patrimonio di cervelli che questa possiede e riesce a tutelare e valorizzare.
La piaga si è poi acuita in modo più evidente in questi ultimi anni, ma oggi che viene paventato un ulteriore dimezzamento del F.U.S. (Fondo unico dello spettacolo) giungono grida d'allarme, visioni apocalittiche, richieste di azzeramento... C'è da chiedersi che tipo di attenzione prestassero a questi problemi quelle stesse persone quando gli scempi del patrimonio culturale italiano venivano iniziati. Le poche voci che ricordo denunciarono la situazione, vista la partita che si giocava, cercarono all'estero un rifugio e un territorio dove poter continuare a portare il loro personale contributo al mondo dell'arte e della scienza, oppure operarono in Italia ma in un clima di isolamento e sotto gli sguardi sospettosi degli altri.
Gli operatori hanno indubbiamente avuto la grave responsabilità di non essere stati propositivi, ma certo una maggiore attenzione da parte di tutti gioverebbe non poco a risollevare le sorti di un campo di fondamentale importanza. Forse c'è ancora tempo per fare qualcosa.

Vincenzo Pellegrini