martedì 30 settembre 2014

1993. Un anno di rosa necessaria

La rosa necessaria nasce come associazione nel 1993. Quell'anno fu fitto di incontri.



Il 9 gennaio presso l'Auditorium del Museo del Sannio lesse i suoi versi Biancamaria Frabotta in una serata intitolata Appunti di volo.





Il 20 febbraio Horst Künkler presso l'Auditorium del Museo del Sannio analizzò due testi di Celan in un incontro dal titolo L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan.







Il 13 aprile il poeta Marco Guzzi intervenne a Benevento presso la Sala del Reduce in un incontro dal titolo Dalla frattura fonda.





Il 26 settembre l'associazione presentò nel Chiostro di San Francesco a Montesarchio una scelta di poesie e prose contro la guerra, dal titolo In ira contro siepi di spade cerco una piccola poesia (Poesia & Guerra) in collaborazione con l'Altritalia.







Il 20 novembre, in collaborazione con la Galleria Erreci invitammo il poeta Giuseppe Pittà per un incontro intitolato Giocare di vento.






lunedì 29 settembre 2014

Gianni D'Elia - Poesia come discorso vissuto






Gianni D'Elia 
POESIA COME DISCORSO VISSUTO

Ciò che mi interessa è il racconto del reale nelle sue occasioni vissute. Non mi interessa il mito come mitologia, non mi ritrovo nella poesia che traduce in versi i miti, nella poesia che pratica il sublime per il sublime.
La poesia non c'è perché c'è il poeta: questa è l'idea del neoclassicismo. La domanda per me riguarda più il mitopoietico, che è il contrario di mitologico. Mitopoietico è il ritrovamento di un senso implicito che si mostra nell'urto e nel contatto fra l'esistenza e l'esistente, cioè nell'arsione della realtà storica.
Penso ad una realtà in atto del mito come racconto che le cose ci fanno perché noi si possa chiamarle. Questo è per me il mito.
Forse la realtà è un mito; forse il mito della realtà è quell'altra parte della poesia italiana che ha attraversato il '904, così come c'è stato il mito della parola assoluta. Ed è la linea alternativa a quella ermetica, simbolistica, orfica. Ovvero la linea in cui troviamo insieme ad altri Umberto Saba, Sandro Penna, Giorgio Caproni, Pier Paolo Pasolini e Giovanni Giudici.
Penso ad un mito della realtà da riconoscere nel quotidiano. Li deve ritrovare lo scrittore i miti. Faccio un esempio: in Segreta c'è una poesia (E il ronzare del frigo, intermittente, tremìo) che parla del boiler, che noi abbiamo in tutte le case. Viene fuori un verso che parla di questa fiammella votiva. Tutte le case hanno qualcosa di votivo, non sapendolo. Il boiler è una delle cose più impoetizzabili, eppure è possibile rileggere e anche riconsacrare il quotidiano, con uno sguardo che è, naturalmente, un dono. E' quello sguardo che ti fa pensare ad altre zone del sociale o dell'intimo che potrebbero essere nominate di nuovo, che potrebbero essere fonte di mito, cioè, come in questo caso, di un riconoscimento di qualcosa che dura dai tempi dei Romani: dalla fiamma votiva al boiler.
C'è una battaglia da fare nella poesia italiana, perché noi tutti stiamo ancora dentro al tempo del simbolismo, dell'inconscio come linguaggio. Contro l'ontologia poetica del novecentismo, del misticismo letterario, dì ogni ermetismo basato sull'autonomia del poetico. Bisogna capire che la poesia non vive nella poesia e i libri non nascono dai libri, e che c'è una rapporto tra poesia e vita e tra l'arte e la storia. Se non sento questo in un oggetto, in una figura, in una persona, in una memoria cercando di chiamarlo non scrivo versi, perché penso che la poesia, nell'equilibrio espressivo ‑ che è anche un tentativo di equilibrio morale e psicologico ‑ sia il tentativo di controllare, attraverso uno stile aperto e sottoposto alla lingua, la realtà, accrescendo le facce dell'esperienza.
Semplificando, c'è stata una certa poesia novecentesca che ha detto che ciò che contava era lo stile, un'altra poesia che ha detto che invece ciò che contava era la lingua.
Una poetica dello stile è cosa opposta ad una poetica della lingua.
Io che ho amato molto Pasolini, il discorso di Officina, e il discorso critico di Angelo Romanò (da riscoprire) penso che esista una subordinazione dello stile alla lingua: quindi un pensiero che si faccia strada, una poesia legata all'argomentazione, alla riflessione, alla ricerca di un senso che non è predeterminato, un tentativo di stare dentro le cose e che magari aspiri a diventare concezione del mondo. Questo manca oggi alla poesia. Anche nei poeti bravi ciò che si sente è il "sentimento del tempo", in pochissimi una concezione del mondo. Non penso a qualcosa di astratto, ma ad una visione inverata in oggetti, in cose. L'impoetico della contemporaneità ‑ il seriale, il mercantile ‑ è il tavolo di confronto della lirica. Poeti come Gottfried Benn e Osip Mandel'stam hanno cercato di unire l'antico, il sempre presente e il nuovo.
Siamo di fronte alla svalutazione delle vite e in mezzo alla reificazione delle cose. In un mondo in cui la vita conta sempre meno, ma contano soprattutto le cose, la poesia cerca di ri‑parlare con le cose, riportandole ad un livello di valore, ma per ridare valore alle vite. Questo non può farlo solo la poesia: lo potrebbe fare una certa politica. Ma la poesia deve legarsi alle cose così intese, magari tra preghiera e invettiva (perché questo è oggi il nostro duplice moto e sentimento). Si possono riconsacrare momenti affettivi e anche irrazionali: c'è una dimensione implicitamente religiosa nel rapporto con le cose, dentro un'istanza che per me resta laica, non confessionale.
Mythos significa racconto. Noi viviamo in un tempo che simula la presenza. La poesia è il pensiero, il sentire della presenza. Purtroppo essa vive in uno statuto storico che attraverso i meccanismi della comunicazione simula la presenza. Inesorabilmente succede che non si vive un'autenticità solo perché si vive il momento lirico. Ma tu sai che stai elaborando un pensiero prima sconosciuto a cui ti porta il verso.
L'augurio è quello che tutti siamo diretti verso una concezione del mondo, perché sappiamo che la lirica come sostituzione metaforica del mondo, cioè la lirica simbolista, è finita. Sentiamo la lacerazione della presenza come finzione, e quindi la lacerazione di confrontarci non più con il reale, ma con quello che, parafrasando Leopardi, potremmo chiamare, "l'artificiale vero", che è dei media ma anche delle cose‑vite‑merci.
Il nostro compito, se c'è n'è uno, è di spostare dalla vita interiore alla vita di relazione il destino della poesia. Per esempio, dire che cos'è una strada oggi, o una fermata del tram. Dire la nostra epoca. Tutti i veri poeti sanno che occorre ritrovare delle figure di senso nelle occasioni quotidiane e fare in modo che queste figure diventino allegoria, che siano loro a fare il discorso, perché tu le hai sentite prima, e loro parlano e riescono ad ampliare il loro linguaggio attraverso la voce della poesia. L'idea che sia venuta meno una concezione unitaria del mondo forse concede oggi alla poesia una chance, che è quella di non supplire all'ideologia, ma di essere un luogo aperto. Un cammino a partire da una grammatica emozionale.
Per quasi tutto il '900 la poesia è stata un determinato sistema di filtro fra sé e la realtà: il simbolo dell'assoluto linguistico. L'essenza della poesia era l'altro discorso che stava davanti al reale.
Una tradizione poetica diversa del '900 ha invece proposto il primato della res sulla parola.

(«la rosa necessaria», n. 3, dicembre 1993, pp. 3-4)

Copertina n. 3



Su, presto, qui, ora, sempre...
Condizione di semplicità assoluta
(Che costa non meno di ogni cosa)
E tutto sarà bene, e
Ogni sorta di cose sarà bene
Quando lingue di fuoco s'incurvino
Nel nodo di fuoco in corona
E il fuoco e la rosa sian uno

T. S. ELIOT


Questi versi di Thomas Stearns Eliot, tratti da Quattro Quartetti, erano la copertina del n. 3 della rivista, la prima ad uscire come supplemento de L'ALTRiTALIA. Il progetto grafico, sia pure non ancora definitivo, si avvale della consulenza di Costanzo Barone e Arturo Sangiuolo.


Questo il sommario del numero:

Editoriale
«La grana dura della parola»
POETI ITALIANI CONTEMPORANEI: GIANNI D'ELIA

Interventi

Poesia come discorso vissuto di Gianni D'Elia

Ricognizioni

Tra invettiva e preghiera: la poesia di G.D'Elia di Nicola Sguera e Luca Rando

Invito alla lettura
Leggendo Notte Privata di Marco Cardinali

Bastian Contrario
«Era già l'ora che volge il disio» di Marlon Dani

Appunti Variabili
Vita e poesia di Rito Martignetti

Speciale FILOSOFIA
Un invito all'esperienza della bellezza di Giovanni Rossetti

Editoriale n. 3



«La grana dura della parola»

«Come la numismatica, come la filatelia [...], la poesia resta un'attività seguita solo da un ristretto numero di cultori. E' ad essi che si deve la fioritura di iniziative tanto sconsiderate e fallimentari quanto preziose e indispensabili: le riviste di poesia.

Mi è capitato di paragonare queste pubblicazioni ora a un continente sommerso (una sorta di Atlantide letteraria), ora a un arcipelago [...], ora a un organismo rizomatico [...], ora alla struttura ramificata delle catacombe ebraico-cristiane [...]. Come per certi pesci primitivi il cui apparato respiratorio funziona solo grazie all'incessante movimento dell'animale, la circolazione dei versi non può arrestarsi, pena l'estinzione della specie. Ciò che consente l'ininterrotta corrente di confronti, scontri, scoperte e polemiche, è appunto questa fittissima rete di periodici a bassa tiratura [...].
E' la carboneria della letteratura, il cuore gratuito, il motore maniaco, vanto di quei redattori-missionari che con i loro sforzi cercano di tutelare uno spazio diverso, destinato a un ascolto lento, attento, pieno, della parola [...].
Il Leviatano mediatico, il grande fratello delle comunicazioni planetarie, ha interstizi, angoli ciechi, doppifondi, pieghe, in cui si può annidare una forma di resistenza alla standardizzazione, forma che è al tempo stesso amore della parola. In un universo che ha ridotto l'informazione a merce il ruolo di queste riviste di poesia consisterà nel ricordare la grana dura e inassimilabile della parola».



Usciamo dalla clandestinità forti di questa dichiarazione d'amore di Valerio Magrelli (apparsa su un foglio di ben altra levatura, "La rivista dei libri" del giugno '93).
Questa rivista nasce dall'incontro di un gruppo di persone accomunate dall'amore per la poesia. L'obiettivo che ci prefiggiamo è quello di avvicinare alla poesia quel pubblico potenziale che se ne sente respinto per una serie di motivi: la difficoltà del linguaggio, il costo spropositato dei libri, la scarsa pubblicità.
Perché una rivista di poesia? La risposta è nelle parole di Magrelli: senza queste iniziative - fallimentari (la poesia è sempre votata allo scacco) e necessarie (la rosa-poesia vive e muore sotto il segno della necessità, anche espressiva) - morirebbe qualcosa di essenziale al nostro essere uomini; essenziale insieme alla politica, all'amore, alla musica, alla pittura, insomma a tutto ciò per cui vale la pena di vivere.
Odora eterna, recita il nostro motto, la rosa sepolta. Si tratta di ridare linfa, di riattivare i processi vitali (che fanno vivere e che danno vita nello stesso tempo) della poesia, di questo fare che non produce, apparentemente, nulla.
Fino ad ora sono usciti tre numeri circolati in maniera avventurosa: ci piace ricordare soprattutto la conferenza di Gianfranco Ravasi su Turoldo e l'intervento di Marco Guzzi
Su questo numero troverete il primo articolo di una serie dedicata alla poesia dei nostri anni (in futuro dedicheremo piccole monografie ad autori come Magrelli, Cucchi, Conte, Zeichen). Oltre alla rubriche fisse ogni numero ospiterà un articolo corposo dedicato alle altre arti o discipline (in questo caso la filosofia).
Parallelamente all'uscita della rivista, continueremo l'attività dell'associazione che porta lo stesso nome: ogni mese ci incontreremo dove avremo uno spazio a disposizione per leggere, a partire dalla poesia, il nostro mondo.
La maggior aspirazione che abbiamo è quella di diventare un luogo di incontro: per questo chiunque lo voglia, potrà scrivere su queste pagine senza restrizioni di alcun tipo.
Mandateci i vostri suggerimenti e le vostre proposte.

(Editoriale, n. 3, dicembre 1993)

sabato 27 settembre 2014

Copertina n. 2





Di cosa parleranno i cinque 
la notte prima dell'esecuzione...

del fatto che la vodka è migliore 
che il vino fa venire il mal di testa 
di ragazze 
di frutta 
della vita

e allora è lecito 
usare in poesia nomi di pastori greci 
tentare di fissare i colori d'un cielo mattutino 

scrivere d'amore 
e anche 
una volta ancora 
con serietà mortale 
offrire al mondo tradito 
una rosa.

Z. HERBERT

* * * 

Il n. 2 della rivista fu l'ultimo stampato in modo artigianale, anche se la forma grafica sia della copertina che dell'interno venne mantenuto con poche varianti fino al n. 11. 

A partire da questo numero, dalla copertina (di cartoncino color paglierino) scomparvero le immagini e decidemmo di lasciare l'intestazione («la rosa necessaria - Rivista di poesia») e una poesia che al suo interno avesse la parola "rosa". Come prima poesia scegliemmo la parte finale de I cinque di Zbigniew Herbert (da Rapporto dalla città assediata).




Questo il sommario del n. 2 della rivista:

Editoriale

Proposte
La donna nella poesia di E. Montale di Nicola Sguera

Speciale Città Spettacolo
Piccolo Circolo Chiuso di Fernando Panarese
Filottete di Luca Rando

Bastian Contrario
P. Salinas: «Domanda estrema» di Marlon Dani

Appunti Variabili
Tempo e poesia di Rito Martignetti

La Poesia
Pensiero e abbandono (M. Heidegger) di Giovanni Rossetti

Editoriale n. 2






Dopo un periodo di parentesi ritorna la rivista La Rosa Necessaria.
Questo periodo di nostra inattività ha visto Benevento impegnata in una serie di rassegne: InChiostro (con la presenza dei poeti Jolanda Insana e Valentino Zeichen), la rassegna organizzata dall'EPT al Teatro Romano (di poesia, da dimenticare la serata con Paola Gasmann e Ugo Pagliai) e la XIV edizione di Città Spettacolo. Quest'ultima è stata una rassegna un po' sotto tono, con poche impennate, e che non ha visto alcun intervento dì poeti e solo pochi "testi poetici". Si può eccettuare. probabilmente, il bellissimo testo di Enzo Moscato che ha dato vita allo spettacolo teatrale prima ed ora al film Rasoi di Martone.

La rivista viene proposta in una nuova veste grafica e contiene al suo interno oltre alle consuete rubriche. un saggio su un aspetto specifico dell'opera di Montale che vuol essere anche un'introduzione generale alla sua poesia, e uno speciale su Città Spettacolo. Il nostro intento è quello di creare di volta in volta degli spazi dedicati ad altre attività creative (cinema, musica, ecc.).

Per i prossimi mesi stiamo lavorando ad un progetto di ricognizione sulla nuova poesia italiana che ha visto un momento di grossa emergenza con il convegno La parola ritrovata, tenutosi a Roma il 22 e 23 settembre.


(Editoriale, n. 2, settembre 1993)

mercoledì 24 settembre 2014

Guzzi - Dalla frattura fonda





L'intervento di Marco Guzzi riportato nel n. 1 della rivista era la trascrizione dell'incontro tenuto nell'ambito degli incontri di poesia della Rosa Necessaria alla Sala del reduce di Benevento il 3 aprile 1993.



DALLA FRATTURA FONDA
di Marco Guzzi


«Un luogo nuovo della poesia...»

Nello statuto della vostra Associazione è scritto che «bisogna contaminare la poesia con il politico, il sociale, il religioso». La grande linea poetica del nostro secolo, il cui capostipite possiamo considerare Rimbaud, si è mossa decisamente in questo senso. René Char, una delle voci più significative del '900, parlando di Rimbaud in un saggio del 1956 scriveva: «Con Rimbaud la poesia cessa di essere un genere letterario ed una competizione letteraria». Questa realtà, che i poeti del '900 hanno vissuto innanzitutto sulla pelle, purtroppo è andata di pari passo con una continuazione della poesia come genere letterario. Tutto il secolo può essere visto come una via parallela, o meglio divaricante, tra una esperienza poetica che cerca un nuovo luogo per essere nel mondo e l'incasellamento del fare poetico ancora all'interno della letteratura, intesa in un certo modo già a partire dalla Poetica di Aristotele: alla letteratura è attribuito il compito di cantare il "verosimile" non il "vero". Il vero, la verità è delegata ad altre ricerche: per Aristotele alla metafisica, cioè all'indagine razionale sull'Essere, per noi alla scienza. La poesia nella storia dell'Occidente non ha un luogo coniugato con la. verità. Ancora noi abbiamo modi di dire come: «E' un'immagine poetica!», intendendo la sua arbitrarietà. Poetico nella nostra civiltà è ciò che è lontano dal vero, una sorta di ornamento della verità. Basti vedere il proemio della Gerusalemme Liberata del Tasso. La grande poesia a partire dal primo Romanticismo ha capovolto questa idea: ha preteso per il dire poetico un contatto con la verità alla sua scaturigine, ha preteso in maniera ambiziosa e pericolosa che all'uomo sia concesso di aderire alla verità nel suo sgorgare. All'uomo non è dato di stare in un mondo già bello e fatto che può soltanto indagare scientificamente, scoprendone le leggi già date, ma all'uomo è dato di vivere in intimità con il mistero del reale nel suo continuo farsi, nel suo continuo rivelarsi. Ecco perché la vera poesia è la testimonianza più alta della libertà dell'uomo. L'uomo non è sottoposto nemmeno al mondo come struttura bloccata. Il mondo è un «esistenziale», dice Heidegger, cioè la mondità è collegata al mio stare nel mondo e si trasforma col mio stare nel mondo e questo stare nel mondo è linguistico originariamente, per cui la ricerca poetica originaria collabora misteriosamente ma anche manifestamente al farsi e al rigenerarsi continuo della realtà del mondo.
Questa esperienza poetica non ha ancora un luogo sociale. I poeti che hanno avuto questa percezione della poesia hanno vissuto una frattura fonda rispetto alla struttura del mondo letterario in cui venivano inseriti. E non avevano né la forza né gli strumenti per creare un luogo nuovo in cui questa esperienza potesse diventare anche, in qualche modo, comunitaria, comunicantesi in un luogo che non fosse la poesia come genere letterario con tutto ciò che esso comporta: pubblico selezionato, microstrutture di potere mummificate. Forse, questa è la mia speranza, oggi, per una serie di metamorfosi, di crolli, di messa in discussione della stessa struttura concettuale, della universalità e assolutezza della scienza come indagine del vero, per la autocritica della filosofia, per la autocritica delle spiritualità storiche che sono affamate tutte di una rigenerazione linguistica, di una linfa poetica in grado di ri-animare l'Annuncio - qualunque esso sia - . Per tutti questi motivi il Poetico può trovare una centralità, per quanto iniziale e modesta.
Il mio primo libro di poesie si chiama II Giorno e la mia ricerca si inserisce nella percezione di un trapasso traumatico di una fine e di un inizio. Non credo che questa sia una originalità (l'originalità d'altronde è una categoria della poesia come genere letterario). Scopriremo altre categorie: scopriremo ciò che unisce le grandi esperienze poetiche. Io credo che uno degli elementi fondanti di questa costanza è proprio la percezione di una fine e di un inizio, presente in Holderlin come in Rimbaud, in Baudelaire come in Dylan Thomas, in Celan come in Char, in TrakI come nel migliore ermetismo italiano. Nell'inno L'Istro Holderlin grida la sua attesa:

«Vieni ora, fuoco! 
Noi siamo ansiosi 
di vedere il giorno»

Questo «giorno» è l'istante continuo in cui all'uomo è dato di aderire alla fonte della realtà e di se stesso, di combaciare con questa sorgente. 
Vorrei accompagnare il mio discorso alla poesia. E nell'esercizio di una oscillazione del linguaggio che potrà attuarsi anche una trasformazione delle forme, anche delle forme dello stare insieme:

Comincerò daccapo come il grano 
ho tutto il tempo per gli ultimi saluti 
finché mi scappi, e ridi 
e ridi e ridi e ridi, 
assottigliandomi lo sguardo che ti oscura.

Azzardo estremo, estremo nascondino: 
tana per tutti, e via 
fare la conta ancora per bendarsi 
e rinnovare il gioco senza fine.

Ti prenderò, lo so, nello sconcerto 
strabilierò l'occhiata che mi lanci 
e vincerò la gara dileguando 
oltre quel tronco che tiene il posto mio.

(Il Giorno, p.36)

Pietà quel soffio 
che sfiora l'altopiano, e lo solleva 
appena, sulle punte: piana deserta 
offre le labbra a un bacio 
come alla fine 
del segno della croce.

Da quale serpe stilli l'acqua chiara, 
da quali traumi innesti la mimosa 
nei marmi mutilati sui bastioni, 
quale vergogna o colpa innominata 
ci tiene desti?

Sono il muro del pianto che riversi 
come un'ondata 
sui volti. Sono finito 
e duro 
nella pietà: il tuo sollievo 
mi sfuma indenne 
lasciando solo un'orma 
sulla neve.

(Il Giorno, p.37)

Chi mi fa salvo è presso la parola

Sta nel respiro d'angeli che accende 
L'Iride beato degli scalzi 
Frati che ondeggiando 
Calpestano nell'uva il loro sangue 
Per un vin santo 
Che sappia di mare

Chi mi colpisce è il verbo 
Essere, è l'asse 
Dell'illetterato, è l'attimo 
Dell'inconcludente

La donna che lo sa non fa prodezze 
La sua virtù è il vuoto 
Tremore d'una bocca 
Perdutamente aperta al bacio

(Teatro Cattolico, p.136)


«La poesia, spiritualità dell'ascolto...»

E' come se (uomo nuovo che si fa strada in questo tempo fosse un essere dell'ascolto. Questo linguaggio che forse ci ridirà, se sapremo disporci, richiede innanzitutto una sorta di attitudine passiva di ascolto. Non si tratta di fare prodezze, si tratta di concentrare quanto più del nostro essere siamo in grado di offrire in questo punto di ricezione. Quando Rimbaud dice: « Io è un altro» compie e rivela un atto spirituale fondante di questo nuovo inizio che si fa strada. Paradossalmente questo nuovo io è come se fosse un essere sempre in dialogo. Molti testi della mia poesia sono a due voci, perché io ho sperimentato nella scrittura e nella revisione uno sdoppiamento della voce. Yves Bonnefoy nella sua prima raccolta, Del movimento e dell'immobilità di Douve, ha molti testi come: Una voce, Un'altra voce. E' come se dall'ascolto emergessero dal teatro universale della nostra anima altre voci. Quando mettiamo a tacere quel monologante che il nostro io, che crede di essere una identità ben definita - e non lo è -, quando ci rendiamo conto che la nostra identità è una delle parti del nostro essere e iniziamo ad ascoltare anche le altre, emergono altre voci. Esse possono entrare in dialogo con il nostro io che si sia tolto dal centro egemonico. Non è questo lo stesso problema del nostro mondo? Perché, per esempio, sono brutte le nostre città? Perché sono fatte da un io egemonico, razionalizzato e calcolante, il quale crede che l'ordine sia il calcolo. L'ordine non è il calcolo. Il più delle volte se ci affidiamo solo alla funzione calcolante del pensiero generiamo disordine, nella sua forma ultima che è la corruzione del corpo morto. Quando un corpo muore ritorna nel caos, gli elementi si disgregano e si ha la corruzione. La corruzione morale o politica non è la causa dei guasti del nostro mondo ma è l'ultimo effetto di un trionfo della morte che si è attuato ben prima. La corruzione è una funzione della morte. Il problema allora non è "morale". Oggi in Italia. tutti sembrano diventati moralisti, dai vescovi agli ex-comunisti. Chissà come è pensabile rinnovare completamente una società attraverso la morale... Sappiamo per lo meno da un secolo e mezzo che la morale cambia. Quando ci si appella alla morale, a quale ci si riferisce? Il funzionario asburgico che onestamente applicava la legge in un sistema di ingiustizia globale era morale. Ma il suo essere morale e onesto in quella struttura era più dannoso di un comportamento disonesto. Allora che cos'è la morale? Come possiamo credere che la morale sia fonte di rinnovamento? Chi vogliono ingannare? L'etica è stata sempre l'etica dei più forti, è stata sempre la leva con cui i dominatori hanno imposto attraverso i sensi di colpa le loro ingiustizie come forme di morale suprema. Hanno ammazzato anche Cristo e Socrate per ragioni morali...
La poesia non ha niente ha che vedere con tutto questo. La poesia si muove in un territorio molto precedente a qualunque scelta morale: si muove in un terreno pre-morale, pre-politico, pre-storico. In quella falda della storia che è il suo continuo principio. Nessuna legge morale può essere anteposta alla prima parola poetica perché la prima parola poetica si propone come il luogo in cui continuamente si rigenera la legge e in cui si modifica l'orizzonte stesso del nostro essere, all'interno del quale poi ci si organizza con leggi - funzioni successive-. Ecco spiegata la critica al moralismo di molta poesia novecentesca.
«Il poeta nasce attraverso il poema che egli crea. E' posteriore al mondo che ha suscitato» (Sereni parlando di Char). Che vuol dire? Che se noi aderiamo a questa genesi continua del mondo il nostro io viene dopo la nostra rigenerazione. Questo non è solo un problema del fare poetico in senso stretto ma è il paradigma di una possibile nuova umanità che non avrà più la propria identità come un possesso. Il problema, infatti, che attraversa il nostro mondo è un problema di identità: chi sono io? Le identità stanno franando - perfino quelle più ovvie - . Credere di poter trovare ancoramento su identità del passato è illusorio e inutile. Lo vediamo in Jugoslavia. La terribile guerra fratricida per noi incomprensibile è il risultato di una regressione a forme di identità forti del passato. L'uomo che non sa più chi è regredisce a identità di secoli scorsi: io sono serbo, io sono croato...
Tutto questo accade perché non vogliamo affrontare la nuova identità, il modo nuovo di essere io, che è un attendersi da altri, un attendere la Rivelazione continua e viatica, peregrinante del mio essere. La poesia ci dice che se noi taciamo può emergere quella parola che ci può dire chi siamo, a patto che smettiamo di definirci in maniera schematica. La poesia allora è una spiritualità dell'ascolto. Ma mettere a tacere questo io egocentrico in un certo senso significa morire continuamente. Solo che questa morte è iniziatica, dà inizio, crea una apertura. Quando Heidegger dice che la decisione anticipatrice della morte è il modo attraverso cui l'uomo può aprirsi all'attimo del più proprio destino e quindi al continuo avvento dell'Essere, ci dice una cosa simile a Bonnefoy: «Dovrai per vivere varcare la morte / la più pura presenza è un sangue versato».

Abbrevierai la grandine che stralcia 
l'edera avvinta a un residuo di vite?
cade sempre in un ritegno 
lontano dalle creste 
del suo fuoco.
Aria di festa: 
la testa, tutta immersa
beve la fresca 
aurora.

(Teatro Cattolico, p.79)

Saltare il guado e non immergersi 
mai più; poi riesumare
gli ossi, e tra le sabbie

Nel cuore in pena 
i mari sono colpi.

Amore e morte giocano alla pari.

Eppure, 
le piogge hanno memoria, sento 
quel vento che ne annuncia la caduta.

Morendo, sì, morendo 
berrò la goccia che mi riassume, 
accorrerò alla scadenza per smentirla 
annuvolandomi per sempre.

(Il Giorno, p.40)

Essere un poeta o un morto 
è l'ineguale clima delle foci.

Sotto il calo di nuvole latenti 
la vita si congiunge all'altra riva.

Sono bagnato. E' sangue. Mi traspira 
un eritema ovunque. E brucia. 
Sono tarato. Sono calato 
in mare, un peso morto, e giù 
perdono! 
è l'ultima parola che mi sfugge 
dalla bocca che un'onda fa svanire.

(Teatro Cattolico, p.21)

Niente di luglio, niente sulla via. 
Il capo nella polvere respira 
a stento; inviso al cielo 
il debole demonio che non sa 
traccia le svolte, e fila dritto al cuore. 
Perché una 
sola è la corrente, e nello scolo 
passa indifferita. E queste vene 
di marmo sono fiori 
impressi sulle lastre a illimpidire 
scrosci di memoria.

(Teatro Cattolico, p.26)

Se tolgo le figure resto me 
con la ferita aperta 
antelucana, 
e il nome balbuziente 
che mi gira.

Se mi sfiguro sono 
l'indocile momento della prima
levata, del cesareo 
parto di sangue, dell'imbrattato 
avvento: gloria solare e feci 
nel presepe, come una curva 
stoccata che uccide.

(Teatro Cattolico, p. 117)


«La morte iniziatica»

La morte reiterata, che è una sorta di genuflessione («Quando io raggiungo l'Ineffabile svegliandomi / io sono in ginocchio», scrive Char), è un Inizio continuo con il quale dobbiamo prendere contatto. L'Inizio c'è ma noi non ne abbiamo consapevolezza: dobbiamo rivoltarci (questo è uno dei sensi della Svolta come movimento) e capire che c'è un principio eternamente attuale con cui si può dialogare. Esso ha una funzione poetica e quindi salvifica solo se noi gli lasciamo la spazio del dialogo.
Il nostro tempo è periodo di grosse crisi psicologiche. La scissione delle identità è la tragedia del nostro tempo. La sofferenza psicologica che c'è nel nostro mondo può essere paragonata ad un'epidemia. Ciò che mi ha sempre colpito è il grande dolore inespresso della gente. La poesia, entrando in un dialogo serio con la, psicologia del profondo, potrebbe animare una comprensione del problema delle crisi delle identità e delle sintomatologie nevrotiche. Molti psicoanalisti, soprattutto di formazione junghiana, utilizzano la parola poetica in questo senso, lasciando che la parola poetica emerga dall' "altro" (scrivere facendo emergere l'emozione, senza pensare troppo ai contenuti), insegnando a portare a galla tramite la scrittura, quella che Jung chiamava la «immaginazione attiva», ovvero lasciando emergere il fuoco di immagini e di emozioni che altrimenti avrebbero sintomi fisici o psichici.
Questa "atletica iniziatica", la fedeltà all'eterna iniziativa della parola in atto, è in atto anche ora e per ciascuno di noi. Questa "atletica" è faticosa, è penosa. Ecco, allora, il segno di sofferenza che accompagna la grande esperienza poetica del nostro secolo. Quando Char invita a tornare continuamente all'erosione, «il dolore piuttosto che la perfezione», ci dice qualcosa di profondamente sperimentabile, perché disporsi all'ascolto, mettersi la spina (se utilizziamo la metafora dell'elettricità) fa male. Il contatto con l'Inizio è come un'onda elettrica molto più forte della nostra tensione abituale. Perciò i problemi psichici di molti grandi poeti: alcuni fanno cortocircuito. Bisogna progressivamente imparare a sopportare questa tensione.

Signore delle rondini e dei voli 
ah quanta pena! 
quanta saggezza estrema è la bonaccia 
il fermo delle nubi che non scrolla 
mai le radici.

Poi tramontana. Sbattono le porte.

La testa mi fa male per la luce 
fissa e per la presa 
elettrica dei tuoni.

Ora m'incalza 
ovunque.
Ossessionata 
faccia 
maschera il mio viso, 
appena un dio
mi nomina
scompaio.

(Teatro Cattolico, p.9)

«Il linguaggio in cui parla l'origine è essenzialmente profetico. Esso annuncia in quanto dà inizio» (Blanchot).
La profezia è del presente. Il linguaggio poetico, lasciando che il presente si dica, manifesta i segni che da questo presente si prolungheranno. Il presente nel suo essere invisibile contiene già in sé l'avvenire. L'avvenire è un infinito presente, a-venire. Così finire e iniziare sono due infiniti presenti. Sta a noi attraverso l'atletica iniziatica essere sempre "all'inizio" o essere sempre "alla fine": nel finire, nel mortale o nell'iniziale-iniziatico. «Non ti lamentare di vivere più vicino alla morte dei mortali» (Char).
Bisogna che si inizi a fare un lavoro critico e discriminante. Ci sono lavori diversi che ancora vengono catalogati sotto lo stessa categoria di poesia. E sono diversi come mondi diversi. Questa traiettoria che io vi delineo, per quanto anomala, è una traiettoria che alcuni poeti hanno vissuto e che cosa ha che vedere con altre dimensioni poetiche, rispettabilissime, ma che appartengono ad un altro eone? Il fatto che esista una poesia meta-storica è un'idea moderna. Ha una sua storia ed ha, alla base, un'idea nichilistica, perché appiattisce tutto. Che rapporto c'è tra Leopardi ed Isaia? Possiamo analizzare con gli strumenti della critica stilistica i due autori e fare un bel saggio vano sugli stili letterari della Bibbia. Ma è giusto analizzare la Bibbia con la categoria degli stili letterari? Allora perché non analizzare Leopardi con l'idea profetica della poesia di Isaia? Che ne resterebbe? Non esiste la "poesia". Il modo in cui una civiltà umana considera la poesia, qualifica la natura di quella civiltà. L'Occidente è la civiltà in cui la poesia non ha luogo. Non faccio un'accusa ma una constatazione. La poesia per noi è un genere letterario. Se leggiamo la Poetica di Aristotele ci rendiamo conto che la sua idea di poesia è identica a quella della maggioranza dei professori di letteratura di oggi. Che cos'è la poesia? Un diletto... Oppure: la poesia è sentimento. Ma sentimento di chi? Nei Saggi sulla composizione nella metà dell'800 E.A.Poe malediceva «l'intossicazione del cuore». La poesia parla del cuore, ma di quello del mondo.
Celan diceva che le sue poesie erano messaggi messi nella bottiglia e lanciati nel mare. La mancanza di comunione è la tragedia del poetico come luogo in cui la nuova umanità cerca di prendere coscienza. Questo vuol dire che noi non facciamo entrare il nuovo uomo in noi, che è l'unico in grado di rispondere alle domande pratiche di questo mondo. Noi non usciremo da questa gabbia, creeremo un manicomio di veleni e ci soffocheremo dentro finquando non avremo la forza di far parlare 1' "altro". I nostri richiami all'etica e alla ragionevolezza serviranno solo a stringere i cappi che ci stanno strangolando. Oggi la tragedia è che non c'è nessuno che lo dica. Dylan Thomas nel 1933 "vedeva" la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale mentre erano in atto le celebrazioni inglesi della Prima Guerra Mondiale. Chi ascoltava un giovane di diciannove anni matto o ubriaco? Eliot nel 1922 accusava il mondo di essere una «terra desolata». E l'opinione pubblica invece era piena di ottimismo. E la Chiesa? In chi agiva la spirito profetico? In Pio XI che vedeva in Mussolini l'«uomo della Provvidenza» o in Eliot che vedeva la catastrofe imminente? E così Celan, Trakl... Con una drammaticità aperta al divenire. Non troverete mai in nessun grande poeta - neanche tra i suicidi – la chiusura alla speranza. Nelle ultime poesie scritte prima della morte Celan continua a vedere la nascita perpetua che è nelle cose. Eliot nei Quattro quartetti scriveva: «Nella mia fine è il mio inizio». Apertura. Mistero di una nascita attraverso una consumazione, che diventa una consumazione mistica non solo dell'individuo ma quasi del corpo mistico della terra, in cui ciascuno di noi è correlato alla sua storia personale. Ecco la cristicità che io vedo, una cristicità poetica della grande poesia.

E' una disfatta.
Il pesco 
dà le gemme per un oro 
più umile, di foglie
figlie del terreno.
Il cielo 
leggere il presagio:

«Vengono giorni lenti come afrori 
densi, come vapori, o vertici 
di sonno amareggiato.
Oh grama luce! 
Oh scarsa risonanza della voce! 
Sordo è il millennio. Eppure viene 
il giorno come niente: 
a frotte si rincorrono i bambini.

Un orizzonte lava già lo specchio 
curvo del cielo, lo piega 
sulle schiene mitigate, e l'alluvione 
d'aurora irrorerà 
gli occhi, ruggendo.»

(Teatro Cattolico, p.49)

Ho visto generarsi sulla terra 
l'indesiderato, e sprofondarsi 
da sé, come un capodoglio.

La madre lo nutriva 
vomitando; poi si scrollò 
di dosso quel pattume, e lo spianò 
d'un colpo: fu un'ora amara.

Nella foresta è facile pregare 
i dèmoni ti stanno più vicini 
coi loro dèi.
Ma amalgamare 
è compito divino, all'uomo 
spetta lo scontro.

Ignoro ciò che scrivo; vivo col Dio 
Vivente, vivo col Vivo.

(Teatro Cattolico, p.125)


(«la rosa necessaria», n. 1, maggio 1993, pp. 3-9)