lunedì 31 ottobre 2016

Copertina n. 9







Qui, è il luogo chiaro. Non è più l' alba.
È già la giornata dei desideri esprimibili.
Dei miraggi di un canto nel tuo sogno non resta
Che questo scintillio di pietre future.

Qui, e fino a sera. La rosa di ombre
Si girerà sopra i muri. La rosa di ore
Sfiorirà senza rumore. Le chiare lastre di pietra
Condurranno a lor grado questi passi invaghiti del giorno.

Y. Bonnefoy


Il numero 9 della rivista presentava in copertina un brano tratto da una poesia di Yves Bonnefoy.

Questo è il sommario del numero:





Sommario

Editoriale 


Fortini: il congedo dell'ospite ingrato



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi

Loi e gli angeli di Cosimo Caputo (II parte)



L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan
L'intelligenza del cuore di Giovanni Rossetti

L'ermetismo nella parola lirica di Paul Celan di Horst Künkler (I parte)




Invito alla lettura

«Mi carmina il sogno». La poesia di Giuseppina Luongo Bartolini 
di Rito Martignetti 




Interventi

Vederepensare + guardare di Giovanni De Noia




L'Intervista

La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore (II parte)




Gli incontri della Rosa: «Bosnia ‑ una guerra ai confini delle coscienze»

Perché affonda Venezia di Abdullah Sidran




Speciale Musica
Paesaggi sonori ed ecologia dell'udito di Vincenzo Pellegrini




Incontri

Una serata con Alda Merini di Caterina Cruciani




Poesia islamica
Introduzione allo studio della poesia islamica di Luca Zolli (I parte)




Appunti Variabili

Incroci di Rito Martignetti


Editoriale n. 9





Fortini: il congedo dell'ospite ingrato

Sul numero 8 de «la rosa necessaria» avevamo dedicato una lunga recensione all'ultimo, splendido libro di Franco Fortini (che era già un consapevole testamento umano e poetico). Nei giorni in cui la rivista usciva giungeva la notizia della sua morte, che, onore raro per un poeta, veniva data anche dai TG della Rai. Questo perché Fortini, è bene dirlo subito, è stato uno dei maggiori intellettuali del dopoguerra, la coscienza più lucida e severa di una certa sinistra, che ha avuto il suo momento di massima emersione negli anni Sessanta.
Fortini ci ha insegnato la fedeltà, prima di tutto. Già da ora possiamo promettere che torneremo sulla sua vasta e complessa opera. Poche cose qui vogliamo dire. Prima di tutto che egli ha rappresentato uno degli ultimi modelli di intellettuale "totale", rifiutando con la sua stessa pratica, la scissione dell'uomo in funzione tipica della società contemporanea. La sua meta utopica era 1' uomo integrale. Per questo ha tenuto sempre insieme la critica letteraria, l'analisi della società, la poesia. Molti hanno sottolineato una contraddizione tra il Fortini poeta e il polemista, religiosamente aperto all'utopia il primo, realista il secondo. Ma l'unità della sua opera e della sua vita è data dalla meta finale (ossimoricamente data per irraggiungibile ma pure assolutamente necessaria) sia della poesia che della pratica politica: la ricomposizione dell'uomo con l'uomo in un mondo liberato, che assumeva i contorni religiosi della "Gerusalemme celeste".
Presente nei maggiori snodi della cultura di sinistra del dopoguerra (da «II Politecnico» di Vittorini a «Officina» con Pasolini, fino ai «Quaderni Piacentini», con i giovani Bellocchio e Berardinelli), protagonista di alcune memorabili polemiche sul rapporto fra intellettuali e potere, sull'industria culturale, Fortini è stato sempre un marxista, convinto che la strada indicata da Marx e Bloch, Lukács e Adorno fosse l'unica realmente percorribile per arrivare ad un mondo più giusto e libero, ed è triste pensare che gli ultimi mesi della sua vita siano coincisi col punto più basso della parabola politica della nostra nazione («porca, porca, porca», per citare Saba). È per questa sua fedeltà, in un tempo di trasformismi (di cui anche noi che scriviamo siamo spesso protagonisti, senza accorgercene) che la cultura italiana non gli ha tributato quell'atteggiamento di rispetto ipocrita che si ha per tutti i morti. Fortini, come ha fatto per tutta la vita, ha continuato a suscitare violente prese di posizione, al punto che quel tal Vertone Saverio, esperto di "salto sul carro del vincitore di turno", lo ha definito un «ingegno luciferino». Questo è un punto di merito, e ci dà la certezza che la sua opera non potrà entrare in nessuna Pléiade perché continuerà ad esigere risposte hic et nunc. "La poesia non importa" e "non muta nulla", sembra dirci Fortini, è altrove ciò che conta, nell'organizzazione (che è sempre economica e politica) dei rapporti umani. Ci piace, allora concludere con le parole di uno dei suoi "discepoli", l'unico ci è parso, in grado di cogliere l'assoluta diversità dell'opera di Fortini da tanti, pur grandi, poeti del nostro Novecento:
«Sono convinto che il lascito di Fortini non sia quello di una parola da interpretare, ma quello di una parola da applicare. È un lascito che non chiede ammirazione o pietà, ma una scelta di campo: o torneremo a credere, come Fortni non ha mai smesso di credere, alla possibilità di un mutamento del presente in nome del futuro oppure l'opera, tutta l'opera di Fortini, dalle poesie ai saggi critici, dagli scritti polemici alle voci d'enciclopedia, è destinata a diventare un libro "ermetico", un libro di devozioni odi profezie.» (Giovanni Raboni, I versi di un ospite ingrato nel dramma delle idee, «Corriere della Sera», 29 novembre 1994)


Nicola Sguera

sabato 10 ottobre 2015

Copertina n. 8







Ma come domani saprò riconoscere 
le rose uccise, le vive? Mi volgo di qui 
dov'è passata, e tornerà, la mia demenza: 
anche per essa chiedo giustizia e amore. 
Voi in sonno ancora: voglio che nulla si perda.

F. Fortini



Il numero 8 della rivista presentava in copertina un brano tratto da La poesia delle rose di Franco Fortini.

Questo è il sommario del numero:



Sommario

Editoriale 

La funzione della critica



Poeti italiani contemporanei: Franco Loi
Loi e gli angeli di Cosimo Caputo 


Interventi
Una nota (negativa) su Città Spettacolo di Giovanni De Noia 


Invito alla lettura
Il mare di Rocco di Ciro Di Maria 
Alda Merini: «poesia, ricchezza del sangue» di Caterina Cruciani 
Franco Fortini ‑Composita solvantur di Nicola Sguera 


L'Intervista
La poesia di Milo De Angelis di Gianfranco Biancofiore 


Appunti Variabili
Letteratura e realtà di Rito Martignetti 


La poesia
II velo del tempo: Pierre Reverdy di Sebastiano Aglieco 


Gli incontri della Rosa: Ferruccio Palma
Un incontro disperato di Paolo Bilotti 
Poesia amore mio di Emanuele Di Donato

Editoriale n. 8







La funzione della critica

In questi ultimi mesi, non solo sulle riviste specializzate, ma anche sui quotidiani si è sviluppata una discussione sulla funzione odierna della critica letteraria, essendo entrate in crisi quelle metodologie che hanno dominato nel corso degli anni Ottanta (in particolare il decostruzionismo). Ci sentiamo in dovere di entrare nel merito poiché anche noi, in qualche modo, svolgiamo una funzione critica, siamo un piccolo ingranaggio di quell'enorme macchina che si chiama letteratura.
Come sempre la polemica ha riguardato l'eccesso di specialismo nella critica e la necessità di ritrovare un linguaggio accessibile. Ritengo che gli interventi più coraggiosi siano stati quelli di Alfonso Berardinelli e di Giulio Ferroni.
Il primo è autore di un libro (La poesia verso la prosa, Bollati Boringhieri) che ha messo in subbuglio il mondo della poesia italiana per la violenza dei giudizi, nel quale, in sintesi, Berardinelli afferma che la poesia novecentesca si è assolutizzata, perdendo ogni legame con la realtà concreta e perdendo anche la possibilità di essere verificata, valutata (con gli strumenti della grammatica, della retorica, della metrica, della logica, ecc.). Secondo l'autore, che insegna attualmente a Venezia e viene dall'esperienza dei «Quaderni piacentini», la critica può salvarsi solo ritornando alla sua dimensione saggistica (di matrice illuministica) che nel Novecento ha avuto come massimi rappresentanti Edmund Wilson e, in Italia, Giacomo Debenedetti: una scrittura critica che, parlando di letteratura, parli d'altro (non a caso il libro precedente di Berardinelli si intitolava Tra il libro e la vita).
Gli interventi di Giulio Ferroni sono improntati invece ad un grande pessimismo sulla condizione della letteratura nella civiltà tecnologica: «Poeti, critici, artisti di tutte le risme, dovrebbero saper sentire fino in fondo ciò che intorno a loro la parola e la realtà sono diventate, avvertire l'urgenza e la minaccia della fine, l'allontanarsi della presenza della letteratura e della forma scritta dalla vita collettiva (su cui, del resto non sembrano aver ormai nessuna presa non solo i linguaggi più oscuri e formalizzati, ma anche quelli che vogliono essere più "comuni" e "diretti"). Forse diventa sempre più necessario riconoscere la condizione "postuma" della scrittura, il loro trovarsi confrontate alla propria fine: immergersi fino in fondo nel senso del presente per salvare o riscattare, dentro di esso, il passato, più che cercare improbabili strade per il futuro» (Parlando di letteratura «teniamoci tantissimo», «L'Unità» , 31 ottobre 1994).
Dialetticamente cerchiamo però di vedere anche la dimensione positiva che questa esplosione di nuovi codici e linguaggi, questo proliferare di voci che vengono dal basso e che entrano in contatto orizzontalmente grazie alle nuove tecnologie, apre. Non è la "scrittura" ad essere postuma, ma un certo tipo di "scrittura" che ha dominato per secoli (o millenni) la nostra civiltà. Tra breve una nuova massa di scrittori si scoprirà attraverso le reti telematiche, producendo milioni di libri che voleranno nell'etere da continente a continente. Allora appare quanto mai necessario dotarsi di strumenti interpretativi per sapere valutare i messaggi, disporli in una personale (non più "oggettiva") gerarchia dei valori. Come è sempre accaduto, l'accesso a nuove forme di espressione di nuovi soggetti arricchirà la letteratura, ma diventerà sempre più difficile valutare, selezionare. Qui diventa fondamentale l'esperienza della critica letteraria, di una critica che insegni soprattutto a decifrare le stratificazioni di un testo, che dia strumenti di lettura che poi ognuno userà a proprio piacimento.
I detentori del sapere sono restii a perdere il loro privilegio da che mondo e mondo.
Per una volta cerchiamo di entrare in un nuovo universo della parola senza aggrapparci al passato, non rimpiangendo i canoni degli autori e le gerarchie prestabilite.


Nicola Sguera

giovedì 8 ottobre 2015

Copertina n. 7



Niente o quasi niente se non l'antro
dove le cose vegetano dove le rose ormai da tanto
si sono sfogliate sotto le nostre dita
gente che va gente che viene tace
chi è mi son fermato dinanzi al cielo
ad ascoltare gemere non so cosa una frase
una bestia tutta la sofferenza in me d'un mondo
sofferenza inudibile oziosa non formulata da parole

L. Bourg


Il numero 7 della rivista presentava in copertina un brano tratto da una poesia di Lionel Bourg.
Questo è il sommario del numero:



Sommario

Editoriale 
«Se qualcosa di me ancora vale»


Proposte
«Un'irrevocabile lacerazione»: Lionel Bourg di Aldo Viano

Lettera ala rosa necessaria di Lionel Bourg

Bibliografia


Dibattiti
La preghiera di chi non crede di Marco Cardinali

Invito alla lettura
Ciro Vitiello: entropia del linguaggio come entropia dell'essere di Ciro Di Maria


Interventi
Per un'arte della "verifica trascendentale" di Giovanni De Noia


Teatrotetro
La creazione del senso di Sebastiano Aglieco


Speciale Musica
Tracce di Vincenzo Pellegrini


La poesia
Cesare Pavese ‑ Rivolta di Luca Rando

Editoriale n. 7






«Se qualcosa di me ancora vale»


Con questo numero si conclude la ricerca sull'opera di Lionel Bourg, il quale, dopo lo scorso numero della rivista, ci ha inviato una gradita lettera che pubblichiamo, tradotta, all'interno. Bourg ci sembra un vero poeta e i suoi versi ci hanno realmente emozionato.

I mesi estivi sono notoriamente periodi di festival teatrali (tra breve inizierà a Benevento 1' annuale Città‑Spettacolo). Abbiamo quindi deciso di far partire, da questo numero, un'inchiesta tra gli addetti ai lavori (studiosi, attori, registi, ecc.) per fare il punto sulla situazione del teatro oggi, una riflessione che ci permetta di capire dove si sta indirizzando la ricerca in campo teatrale.
Quello che ci interessa è, ovviamente, un certo tipo di teatro, che non è solo divertimento, masi interroga sull'oggi, riflette e fa riflettere, un teatro, oserei dire, necessario.
Perché questo interesse per il teatro in una rivista di poesia? I rapporti sono stretti da tempo (si pensi solo al teatro e grande poesia di Shakespeare e Calderon della Barca). Poesia e teatro si incontrano nel corpo dell'attore e, attraverso di lui, la poesia si fa voce pulsante, esce dalla pagina scritta per farsi incontro al pubblico/lettore. Molti poeti scrivono per il teatro o riconvertono testi di alta poesia per le scene (Sanguineti, Luzi e Giudici con la Commedia di Dante, ma si pensi anche all'interesse di attori/registi come De Berardinis e Moscato per la poesia); si assiste, insomma, ad un ritorno al teatro di poesia.
«Da sempre la poesia ha trovato nella voce dell'attore, nella rappresentazione scenica un habitus narrativo e visionario, una comunicazione cromatica ed empirica, dalla tragedia all'epica, dal canto alla lirica, dall'ode civile alla "prosa" del verso. Nel gesto dell'attore ha scandito il suo ritmo ossessivo e cantilenato, la sua scansione onirica e la sua trasgressione lessicale. Sulle assi del palcoscenico la poesia riscopre il significato rituale della propria esplosione lirica» (Giacomo Martini, Prefazione, in AA. VV, Poesia Teatro Drammaturgia, «I Quaderni del Battello Ebbro», n. 12‑13, giugno 1993).

Vorremmo dedicare idealmente questo nostro numero alla memoria di quei poeti (Volponi, Scataglini) morti in questo agosto ‘assassino'.

Se qualcosa di me ancora vale 
debbono tale cosa prenderla gli altri, 
impiegarla e trame profitto presente e reale.

(Paolo Volponi, da Per questi versi, in Nel silenzio campale, Piero Manni, 1990)


Luca Rando

domenica 8 febbraio 2015

1994... In alto a sinistra: Erri De Luca




Ora, che è in fase di svolgimento il processo allo scrittore, ci piace ricordare che, quando ancora non era celebre come oggi, pur avendo scritto un meraviglioso romanzo d'esordio come Non ora, non qui, la rosa necessaria lo invitò a Benevento a presentare la sua raccolta di racconti. Non volle nulla. Gli regalammo dei torroni e lo portammo a mangiare una pizza da Moscovio. Fu di pochissime parole, ma senza mai comunicare distanza. Sentiamo fraterne le sue battaglie, pur non condividendo sempre e tutte le sue idee nel corso degli anni. Amiamo la coerenza fra il dire e il fare, fra la parola e l'azione, che lo rendono un exemplum in un letteratura troppo spesso irresponsabile.