martedì 6 agosto 2019

Copertina n.21



Della tua ala laboriosa
si consolano i vespri delusi
se pure senza pudore tu abusi
dell'innocenza  di una rosa.
Nel tuo tremore si riposa
la mia noia, fiduciosa
ronza attorno a un'immagine chiusa.
La pazienza è forse rischiosa
ché talvolta si spegne un fiore
nella notte e il fradicio odore
ti eccita curiosa.
Ma susciti dentro la stanza
l'aria di tanta vacanza
amica pungente e pia.
Così cara è la tua molestia
che stasera con me ti fa festa
la mia efimera poesia.

LEONARDO SINISGALLI




Il numero 21 della rivista (settembre 1998) presentava in copertina un testo di Leonardo Sinisgalli e l'Autoritratto di Alberto Giacometti.


Questo è il sommario:


Sulla soglia


l'inedito

Due poesie di Pasquale Sica

Due poesie di Paola Rago


il saggio

I traduttori letterari sono forse degli angeli? di Louis Bonalumi


poeti del Novecento

Fisarmonica Rossa di Franco Matacotta nel ventennale della scompars
di Gianluca Paciucci


proposte

Carmen Matute: coscienza di donna di Tiziana Masucci


vortere

Casa Elena (per un'estetica del lupanare in Spagna) di J. L. Borges 
a c. di Lucio Sessa


invito alla lettura

Domenico Campana: La stanza dello scirocco di Adriano Napoli


in memoriam

Nota su Luigi Compagnone (con due epigrammi inediti) di Marco Amendolara


versi per versi

Oronzo Liuzzi, Antonio Spagnuolo


fine millennio

Porte invisibili: il forse, la domanda, l'identità... di Luca Rando


fuori dall'Occidente

Dall'umano al subumano di Luca Zolli


detti di luce

Dopo il diluvio (Eliot, Vannucci, Char) a c. di Nicola Sguera


visioni

La parola, l'opera di Ugo Simeone


poeti della rosa

Marco Amendolara: un'oasi terrestre di Adriano Napoli


recensioni

Editoriale n.21





Sulla soglia di Luca RANDO

Sulla soglia del secolo che finisce, con le mille contraddizioni che ancora l'accompagnano, le guerre, le assurde uccisioni, quasi la banalità di morti con cui ogni giorno entriamo in contatto, senza che ancora siano risolti quegli "enigmi tormentosi" che da sempre lo compongono, ci sono ancora parole che servano? O non rimane che il silenzio?

«La parola è ambigua, ha detto Euripide, ma nulla possiamo senza di essa. L'orrore muto, oscuro, innominato e innominabile, che si traduce nel lamento dell'animale ferito, o nell'abitudine, in una stanchezza che scivola verso la morte, nel momento in cui trova la parola diventa il polo di una contraddizione: la sua disumanità si contrappone all'umanità sofferente; il suo murmure muto si contrappone alle parole che cercano di stanarlo. Mala parola ha anche un'altra chance. può trasmettere ad altri la mia esperienza, può impedire che il mio dolore sia come non avvenuto. [...] Se l'uomo ha una speranza, questa sta nella sua parola. Chi narra, descrive, comunica, trasmette a una tradizione, si comporta come se all'uomo fosse data la speranza. In qualche modo rende reale la speranza. [...]
Togliere le grandi parole che popolano gli incubi della potenza e della violenza, significa appunto pensare le ragioni contrapposte, anche di chi ci sta di fronte, anche di chi ora chiamiamo nemico. Togliere le grandi parole significa ritrovare le parole che non parlano della delirante certezza della vittoria o della liberazione del mondo, o della teodicea. Significa trovare la parola ambigua, la parola povera che ci parla delle cose del mondo».

(Franco Rella, Le soglie dell’ombra. Riflessioni sul mistero, Feltrinelli,1994, pp. 149 -151).

la Parola, dunque, né il Silenzio, ma silenzio e parola «naturale, /abitata e usata,/ come l'aria del mondo» (J. A. Valente, La rosa necessaria).

Copertina n.20



Non ergete lapidi. Ma ogni anno
fate che per lui fiorisca la rosa.
Questo è Orfeo. La sua metamorfosi
in questo o in quello. Vano affaticarci

intorno ad altri nomi. Ogni volta sempre
è Orfeo quando c'è canto. Viene e va.
Non è già molto se al calice della rosa
di due giorni talvolta sopravvive?

Oh quanto deve dileguare perché lo afferriate!
Anche se del suo svanire lui stesso s'impaurisce.
In quanto la sua parola sopravanza l'esser qui

egli è già là, dove seguirlo mai potrete.
La trama della lira non inviluppa le sue mani.
E il suo travalicare è già l'adempimento.

Rainer Maria Rilke




Il numero 20 della rivista (marzo 1998) presentava in copertina un testo di Rainer Maria Rilke e lo schizzo della madre di Alberto Giacometti.


Questo è il sommario:


editoriale


il saggio

Dandysmo come enigma dell'apparenza di Marco Amendolara


poeti del Novecento

La poesia di Jorge Luis Borges: il labirinto dei sogni e l'archetipo nella zoologia fantastica (quarta parte) di Brunella Bruschi

Anne Sexton: confessioni di un'insania di Tiziana Masucci


vortere 

Persistenza del debole di Rafael Courtoisie a c. di Lucio Sessa

Ricordo atrofizzatoLa bambina ingannata di J. R. Jiménez a c. di Lucio Sessa


poeti italiani contemporanei

La poetica del tailleur azzurro Numi di un lessico figliale di Adriano Napoli


pasoliniana

Intorno a Patmos (seconda parte) di Gianluca Paciucci


incroci

Metamorfosi (Kafka/Monzò) di Antonio Romano


interventi

Incontro con la Parola di Erri De Luca


invito alla lettura

Eredità di fuoco: risposte alle tragedie della storia di Luca Rando


fine millennio

Un maestro di Sebastiano Aglieco

Parole leggere: Verba volant. Incontri internazionali di poesia


dissonanze

Intersezioni I di Vincenzo Pellegrini


marginalia

4‑6 di Nicola Sguera


versi per versi

Giovanni Perich, Raffaele Piazza, Francesco Piemonte, Lorenzo Cimino


recensioni

Editoriale n.20



Il luogo della rivoluzione


Dove accade dunque la rivoluzione del mondo? Dove sta già accadendo? Dov'è che la mezzanotte del mondo, culminando, rovescia questo annottamento in una lenta crescita del giorno?
Se il mondo non è innanzi tutto una realtà a me esterna, ma sgorga originariamente con me come tempo (esistenza e storicità), si potrebbe trattare forse di compiere un lavoro interno, interiore.
Si potrebbe dire: la rivoluzione del mondo è un evento interiore, non è fuori, non è un fatto politico, ma è dentro di me, e attualmente ci sono moltissime vie di fuga in questa direzione, dopo la crisi delle ideologie.
Si tenta dunque una rivoluzione interiore.
Molti spiritualismi, molte ricerche a Oriente, molti recuperi anche sani di spiritualità occidentale, molta psicanalisi è connessa con questo moto di rifiuto della storia e dei suoi fallimenti. Ma quando diciamo ‘dentro', ‘rivoluzione interiore', c'è da chiedersi: interiore a che cosa?
Questo pensare che si possa fare una rivoluzione `dentro', non ripristina proprio l'essere fuori del mondo, l'esternità del mondo oggettivato, quella disgiunzione troppo netta tra dentro e fuori, tra anima e mondo, che è proprio ciò da cui in qualche modo vogliamo invece liberarci, come da un pregiudizio?
Anche questi riflussi all'interno mi sembrano destinati al fallimento, perché anch'essi sembrano non lavorare sul punto giusto della metamorfosi, sbagliano mira: non operano nella dimensione [...] in cui interno ed esterno fioriscono e mutano insieme, in cui io e il mondo ci rinnoviamo continuamente insieme e in cui ora è in atto la rivoluzione. Potremmo dire che questi spiritualismi vadano dentro, ma non fino in fondo, non fino a sforare nel più intimo dentro che è fuori, che è l'aperto mondo [...]. 
Noi viceversa cerchia mo una zona, una dimensione interiorissima che però sta già da sempre fuori, mondo, gli altri. Una dimensione per sua natura dentro-fuori (né solo dentro né solo fuori) [...].
Ecco, se ci pensate molto semplicemente, questa dimensione è il linguaggio, è il nostro linguaggio [...]. Questo luogo in cui non si dà l'io senza il mondo e non si dà mondo senza l'io che lo pronuncia è il linguaggio».

Marco Guzzi, L'uomo nascente, Red edizioni, 1997, pp. 25-26
 

Copertina n.19




Sul verde d'un prato
s'uniscono i pezzi staccati
d'un disegno
semplice e complesso
nella sua evidenza
come un'onda o una rosa
ritratta a tutto tondo
e là dentro t'immergi
e dolcemente nuoti
sempre più t'allontani
dalla calda terra
dalla riva del mondo

BARTOLO CATTAFI



Il numero 19 della rivista (marzo 1998) presentava in copertina un testo di Bartolo Cattafi e uno schizzo di Alberto Giacometti, le cui opere accompagneranno la rosa per 3 numeri.


Questo è il sommario:


editoriale


il saggio

 L'Oriente è a Sud di Ettore Castagna


invito alla lettura

La poesia sulle dita di Tiziana Antonilli

Jane Eyre: iter di una coscienza di Tiziana Masucci


teatrotetro

«Merdre!» Padre Ubu e il teatro del Novecento di Luca Rando


fuori dall'Occidente

Introduzione allo studio della poesia islamica (sesta parte) di Luca Zolli


dissolvenze

L'identità cinematografica di Antonio Carbone


vortere

Rafael Courtoisie, Gusci di Lucio Sessa


pasoliniana 

Intorno a Patmos di Gianluca Paciucci

Luoghi poetici e poetica dei luoghi. Romans di Adriano Napoli


dissonanze  

Dell'interpretazione in musica di Vincenzo Pellegrini


poeti della rosa 

Raffaele Piazza

Brunella Bruschi


versi per versi 

Contessa Lara, Tiziana Antonilli, Margherita Conterio, Maurizio Clementi 


visioni 

La mostra di Ugo Simeone a Milano di Antonio Carbone


schede

Editoriale n.19




La nuova alleanza di Nicola Sguera


Il recente viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba è sicuramente un evento importante. Dal punto di vista simbolico esso significa molto, sia per chi si riconosce, bene o male, in una tradizione che possiamo definire "comunista", sia per i cristiani di tutto il mondo. L'incontro tra due grandi uomini del nostro secolo ci indica un errore del passato e una possibilità per il futuro. L'errore è quello del comunismo nella sua incarnazione marxista: credere, cioè, che la religione fosse, sempre e ovunque, «oppio dei popoli», negazione del terreno (e dunque anche del conflitto) in nome di un aldilà consolatorio. Marx ha sbagliato.
È stato un errore clamoroso non intuire che, dialetticamente, anche la religione poteva divenire un potente mezzo di liberazione degli uomini. Se il movimento comunista mondiale, sin dalla metà dell'Ottocento, avesse lavorato in questa direzione, oggi, forse, la realtà sarebbe diversa. Perché è chiaro, ora che il "comunismo ateo" non costituisce più una minaccia, che il vero nemico del cristianesimo (e dell'uomo) è un capitalismo selvaggio, in cui hobbesianamente si assiste ad un bellum omnium erga omnes. E sto parlando delle nostre vite: della mia e di quella di chi, probabilmente, mi legge, costretto ad una diuturna battaglia per la sopravvivenza in un mondo in cui i bisogno (indotti) da soddisfare sono sempre maggiori.
Per non parlare della realtà mostruosa della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, tra fame, sfruttamento del lavoro minorile, guerre civili. È il Papa nel mondo occidentale che oggi denuncia queste aberrazioni con più durezza, come anche le guerre neocoloniali. Questa è la strada del futuro che l'incontro tra Castro e Giovanni Paolo II sembra indicare per il terzo millennio: l'incontro tra un comunismo, che si libera del suo ateismo dogmatico e ottocentesco, recuperando le "correnti calde" della sua tradizione, e un cristianesimo che recupera il suo slancio profetico e la sua vicinanza agli ultimi, fino al martirio. Ciò che ci viene richiesto è, allora, la capacità di ripensare le nostre appartenenze.
Da una parte sarà necessario riscoprire e coltivare le ragioni dello spirito, nella consapevolezza che non basta (come il secolo che muore ci ha insegnato) modificare i rapporti di produzione per creare un uomo nuovo, dall'altra sarà necessario smantellare in maniera decisa le impalcature dogmatiche e le strutture di potere perché davvero il Paracleto («Placabile / spirto discendi ancora...») possa vivificare il cuore di chi crede:

«Solo i malvagi esistono in virtù del loro Dio, mentre i giusti, in virtù dei quali Dio esiste, hanno nelle loro mani la santificazione del Nome, la possibilità di chiamare per nome quel Dio che in noi agisce e preme, la porta presagita, la domanda più oscura, lintimo esuberante che non è un fatto ma un problema. E queste sono le mani della nostra filosofia che evoca Dio, le mani della verità come preghiera» (Ernst Bloch, Lo spirito dell’utopia).

Copertina n.18



Come schedarla, la piccola rosa.
Rosso viva improvvisa e giovane e vicina?
Non eravamo venuti a cercarla.
Siamo venuti e c'era.

Nessuno l'aspettava prima che fosse qui.
Quando ci fu la credettero appena.
Viene alla meta chi non è partito...
Quasi sempre è così.

BERTOLT BRECHT





Il numero 18 della rivista (dicembre 1997) presentava in copertina un testo di Bertolt Brecht e i Cipressi di Vincent Van Gogh.


Questo è il sommario:




editoriale


cronache

Un anno di rosa necessaria


l'inedito

Un frutto in fiore di Plinio Perilli


l'intervista

«Misurare l'azzurro» intervista a Plinio Perilli di Raffaele Piazza


il saggio

Un pianeta di rame e d'argento (seconda parte) di Ettore Castagna

Dandysmo e differenza di Marco Amendolara


poeti del Novecento

La poesia di Jorge Luis Borges: il coltello e l'oblio (terza parte) di Brunella Bruschi


invito alla lettura

Appunti per Primo Levi: Ad ora incerta (poesie 1943‑1987) di Gianluca Paciucci


intersezioni

Artaud 3 (Van Gogh. Il suicidato della società) di Luca Rando

Figurazioni poetiche e pittoriche in Alfonso Gatto di Adriano Napoli


versi per versi

Magnani, Whitworth, Bruno, Di Maria


recensioni

Giuliano Minichiello, La fenditura nel cristallo

Voci di scrittori italiani. Lettere, letture, conversazioni dalla rivista Lengua

Raffaele Mango, G. B. Vico